Kosovo, sovranità e pallone

Foto: Toto Marti

Damiano Benzoni

Lucerna: gli spalti della Swissporarena sono gremiti di tifosi albanesi e kosovari, il doppio dei sostenitori della nazionale di casa, per Svizzera – Albania, partita di qualificazione alla Coppa del Mondo. Tre giocatori, lo stemma rossocrociato sul petto, restano in silenzio durante l’inno confederato. Uno di loro, Xherdan Shaqiri, porta delle scarpe personalizzate con tre bandiere: quella svizzera, quella albanese e quella del Kosovo. Sarà proprio Shaqiri a sbloccare il risultato al 23’ in una partita vinta dagli elvetici per 2-0 e sapientemente raccontata sul New York Times da James Montague. Shaqiri e i suoi due compagni di squadra, Granit Xhaka e Valon Behrami, fanno parte dei trecentomila kosovari di etnia albanese (un sesto dell’attuale popolazione della nazione balcanica) che hanno trovato rifugio in Svizzera durante gli anni ’90. Per i tre, Svizzera – Albania è una partita particolare, disputata all’indomani del raggiungimento della piena sovranità da parte della loro contestata e travagliata nazione. Una partita, soprattutto, giocata nell’attesa di una decisione cruciale da parte del Comitato Esecutivo della FIFA.

Da tempo la Federata e Futbollit e Kosovës – guidata da Fadil Vokrri, unico kosovaro ad aver mai indossato la maglia della nazionale jugoslava – è impegnata in una battaglia per permettere alla nazionale del Kosovo e ai suoi club di giocare incontri amichevoli contro squadre delle federazioni regolarmente affiliate alla FIFA. La decisione, che continua ad avvicinarsi e a sfuggire di mano alla federcalcio kosovara, è stata rinviata per l’ennesima volta: il dossier, secondo quanto dichiara la FIFA stessa, dovrebbe essere finalizzato alla prossima riunione del Comitato Esecutivo, a Tōkyō il 14 dicembre. Secondo quanto riporta la RSI, la FIFA ha anche negato di stare considerando autorizzazioni eccezionali per i giocatori kosovari che hanno già vestito la maglia di altre nazionali. La nazione, che ha oltre alla federazione calcistica anche una federazione cestistica ben strutturata, non possiede un comitato olimpico affiliato al CIO: durante le Olimpiadi di Londra la judoka Majlinda Kelmendi aveva dovuto competere con i colori dell’Albania.

Il 10 settembre, a quattro anni e mezzo di distanza dalla sua dichiarazione unilaterale di indipendenza, il Kosovo ha ottenuto la piena sovranità formale. Una sovranità travagliata e, nei fatti, non ancora saldamente in mano al governo di Hashim Thaçi. Come spiega il portale Euractiv, Priština ancora non controlla pienamente la zona a nord del fiume Ibar nel distretto di Kosovska Mitrovica, a maggioranza serba, e deve affrontare problemi legati alla povertà del paese e agli elevati tassi di disoccupazione, crimine organizzato e corruzione, oltre alle accuse di traffico di organi presi da prigionieri di guerra serbi rivolte all’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës, l’Esercito di Liberazione del Kosovo), del quale Thaçi fu leader e che è stato definito dalla risoluzione 1160 del Consiglio di Sicurezza ONU un gruppo terrorista. La nazione – ex provincia autonoma nella Jugoslavia titoista il cui status particolare era stato revocato da Slobodan Milošević – è riconosciuta da 91 dei 193 membri delle Nazioni Unite e la Serbia continua a rivendicare il territorio come parte del proprio stato.

La federazione mise in campo una nazionale per la prima volta il 14 febbraio 1993: il Kosovo esordì a Tirana contro la “sorella” Albania e, sotto la guida dell’allenatore Edmond Rugova, fu in grado di battere una squadra che aveva preso parte alla Coppa del Mondo, l’Arabia Saudita. Inoltre, la FFK organizza un campionato nazionale, la Superliga e Kosovës, sponsorizzato dall’importante gruppo bancario Raiffeisen, presenza forte nei Balcani e nell’est Europa. L’ultima edizione è stata vinta dal Priština, al nono titolo da quando la lega non fa più parte del campionato jugoslavo e al terzo dalla dichiarazione di indipendenza del paese del 17 febbraio 2008. Il titolo era arrivato con una vittoria allo stadio Riza Lushta Kosovska Mitrovica, in casa dei rivali diretti del Trepça ’89. In quei giorni la FIFA aveva accordato e poi ritirato nel giro di due giorni – sotto la pressione della federcalcio serba e del presidente UEFA Michel Platini – il permesso di disputare amichevoli alla FFK. La scorsa settimana, mentre l’attesa per la decisione del Comitato Esecutivo cresceva e poi sfumava nell’ennesimo deludente rinvio, il Trepça ’89 ha avuto l’occasione per prendersi una rivincita, vincendo 2-1 a Priština e scavalcando i rivali per conquistare il primo posto in classifica dopo sei giornate.

La decisione sul Kosovo non era osservata con attenzione solo da Priština, Mitrovica e Belgrado, ma – secondo quanto riporta James Dorsey sul suo blog MidEastSoccer – anche da Erbil, capitale del Kurdistan Iracheno. Benché il caso kosovaro possa rappresentare un precedente interessante, per la federazione curda le cose sarebbero ancora più complicate. Il Kurdistan, a differenza del Kosovo, non gode di nessun riconoscimento internazionale né fa parte di alcun organismo internazionale (il Kosovo è affiliato alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale). I rapporti con la federcalcio irachena sono piuttosto tesi nonostante l’Erbil SC abbia vinto l’ultima Premier League irachena. Durante il mese di giugno la federazione curda ha ospitato la quinta edizione della VIVA World Cup, il Mondiale per nazioni non affiliate alla FIFA, vincendo 2-1 la finale contro Cipro del Nord.

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