La favola del Kiryat Shmona

Foto: Adi Avishai

Damiano Benzoni

“Questa è la prima volta, da quando Kiryat Shmona è stata fondata, che la città è nelle notizie senza che ci sia un collegamento con missili, attacchi e guerre”. Così Almorg Moryoussef, tifoso dell’Ironi Kiryat Shmona di ventitré anni, ha raccontato a James Montague del New York Times la favola in corso in questa cittadina di ventitremila abitanti nel nord di Israele. La squadra di calcio della cittadina, vincendo oggi contro l’Hapoel Tel Aviv, si assicurerebbe matematicamente a cinque giornate dalla fine del campionato il suo primo titolo nazionale israeliano, appena dodici anni dopo la sua fondazione. Un successo che per la comunità locale di Kiryat Shmona, come testimoniano le parole di Moryoussef, significa qualcosa in più di quanto avviene entro il rettangolo di gioco.

La città di Kiryat Shmona venne fondata nel 1949 e inizialmente funse da campo di transito per immigrati. Incastonata tra le alture del Golan e il confine libanese, che dista solo due chilometri dalla città, Kiryat Shmona ha avuto una storia tormentata ed è nota ai più per il cosiddetto “massacro di Kiryat Shmona” avvenuto l’11 aprile 1974, quando tre membri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di stanza in Libano, uccisero diciotto inquilini di un appartamento. La città fu poi il bersaglio di attacchi con razzi Katjuša dal Libano nel 1981, nel 1986 e ancora nel 1996, quando entrò nel mirino di Hezbollah durante l’operazione israeliana Grappoli d’Ira, oltre che di attacchi minori e frequenti. Durante la guerra israeliano-libanese del 2006 sulla città piovvero oltre mille razzi Katjuša, costringendo un terzo della popolazione del paese a spendere oltre un mese nei bunker sotterranei. Come racconta nel suo reportage James Montague, “i rifugi sotterranei sono familiari, per questa città, quanto i semafori. E le opportunità di lavoro possono essere scarse”.

Le immagini dei razzi Katjuša su Kiryat Shmona non lasciarono indifferente Izzy Sheratzky, imprenditore e proprietario della Ituran, una ditta che provvede al recupero di veicoli rubati tramite GPS. Sheratzky, dopo aver visto nel 1999 le immagini della tormentata città, si mosse per venire in soccorso ai suoi abitanti: una mensa dei poveri, una clinica dentale per i bambini, una scuola inglese, prima di giungere alla conclusione che la resurrezione della città sarebbe arrivata attraverso il calcio. Fu così che Sheratzky acquisto e fuse i due club cittadini, l’Hapoel e il Maccabi, facendo esordire il suo club nella Liga Alef, la quarta divisione del calcio israeliano e dichiarando scherzosamente che avrebbe portato l’Ironi nella massima serie e in Champions League. Un sogno che sembra ormai vicinissimo, con la squadra in testa alla classifica con 16 punti di vantaggio sulle inseguitrici a sei giornate dalla fine e con due coppe di lega conquistate negli ultimi due anni. Nella squadra gioca anche David Solari, fratello del Santiago Solari che vestì le maglie di Inter e Real Madrid e di Esteban Solari, protagonista di un’altra grande storia di outsider di questa stagione con la maglia dell’APOEL Nicosia, la squadra cipriota che ha raggiunto i quarti di finale di Champions League.

Proprio nel momento in cui il sogno di Sheratzky sta per realizzarsi, però, la squadra sta affrontando una crisi interna a causa dello scontro tra le personalità del presidente e dell’allenatore Ran Ben Shimon, che hanno determinato la rottura tra i due uomini che hanno portato Kiryat Shmona sulla vetta del campionato israeliano. Il presidente una volta aveva individuato la chiave del loro successo nella mancanza di ego prepotenti, eppure proprio la sua ambizione e quella di Shimon li hanno portati allo scontro insanabile in sede di rinnovo del contratto. Poco importa: la squadra è a un passo dal coronare il suo sogno, anche grazie all’apporto di sei dei cinquantacinque arabi israeliani che giocano nella Ligat Ha-a1. Un segnale positivo di cui il calcio israeliano ha particolarmente bisogno dopo gli attacchi ad alcuni clienti e lavoratori palestinesi di un centro commerciale di Gerusalemme da parte dei tifosi della squadra cittadina del Beitar, l’unica delle squadre della massima divisione israeliana a non aver mai voluto ingaggiare giocatori palestinesi.

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