La calata dei colombiani

Foto: Zimbio.com

Simone Pierotti

Da un punto di vista meramente tattico, potrebbe essere un undici titolare molto rispettabile, per quanto eccessivamente votato all’attacco. Il disegno sulla lavagna reciterebbe così: quattro difensori, due mediani a protezione della retroguardia e quattro attaccanti di razza là davanti. A voler esser pignoli, mancherebbe il portiere. Eppure non sembra costituire un’assenza di rilievo in una squadra che, invece, dovrebbe esibire i tratti distintivi del calcio latinoamericano. Cioè fantasia, genio, talento e tecnica.

Quello che, nella realtà del campo da gioco, sarebbe assai difficile da schierare è un undici molto particolare. A comporlo sono i calciatori colombiani che tra dicembre e febbraio hanno abbandonato il loro paese per andare a giocare nella Major League Soccer, il massimo campionato statunitense. Se in ambito diplomatico le relazioni tra i due paesi sono sempre state buone, soprattutto sul fronte della guerra al narcotraffico, è innegabile che in campo calcistico gli americani risvegliano pessimi ricordi nella mente dei colombiani. Il 22 giugno 1994 le rispettive nazionali si affrontarono a Los Angeles nella seconda giornata della fase a gironi della Coppa del Mondo. Gli Stati Uniti vinsero 2-1, la squadra allenata da Francisco Maturana fu matematicamente eliminata e il capitano Andrés Escobar venne brutalmente ucciso dieci giorni dopo a Medellín per colpa di un maledetto autogol che aveva condannato i compagni di squadra alla prematura uscita di scena.

Oggi tuttavia l’America è diventata la nuova frontiera dei calciatori della Colombia che, con 28 giocatori, è il paese straniero maggiormente rappresentato nella MLS. Leggendo i nomi degli undici che hanno deciso di intraprendere l’avventura nordamericana, non passa inosservato il fatto che tre di loro – il centrale difensivo John Lozano, il trequartista Roger Torres e il centravanti Fernando Cárdenas – arrivino dall’América de Cali. La pessima situazione in cui si trova il club, il più titolato della Colombia assieme ai Millonarios di Bogotá, è lo specchio che riflette la crisi della Liga Postobón, la prima divisione nazionale. Lo scorso dicembre, per la prima volta in 84 anni contrassegnati da 13 titoli nazionali, l’América è retrocesso nella serie B colombiana.

Se la forte instabilità economica è un fenomeno abbastanza recente, i maggiori successi risalgono agli anni Ottanta e Novanta. Fu in questo periodo che l’América trasse beneficio dal sostegno del Cartello di Cali, organizzazione leader nel narcotraffico mondiale che rilevò il club nel 1979. Nel 1995 la cosiddetta Lista Clinton fu approvata con l’obiettivo dichiarato di strozzare tutte le attività che avevano in qualche modo a che fare con il Cartello e anche l’América ci andò di mezzo. Fu in questo momento che ebbe inizio la crisi del club, giacché un boicottaggio economico fu introdotto per assicurarsi che nessuna impresa lo finanziasse. La situazione odierna vede l’América in ritardo di otto mesi, all’inizio di marzo, con i pagamenti degli stipendi ai giocatori. Ma Juan Carlos Torres, procuratore dell’attaccante Lionard Pajoy, ha rivelato sul sito della MLS che i club che pagano puntualmente sono l’eccezione: tra gli insolventi figurano il Cúcuta Deportivo, che a quanto si dice rischia la bancarotta, e l’Once Caldas, che nel 2004 fu capace di vincere la Copa Libertadores.

Quasi inevitabilmente, molti calciatori colombiani hanno dovuto ripiegare altrove. E hanno scelto gli Stati Uniti, dove la popolarità del calcio sta gradualmente crescendo e dove due leggende come Carlos Valderrama e Leonel Álvarez giocarono negli anni iniziali della MLS. Oggi l’esempio più fulgido da seguire è quello di Fredy Montero, attaccante dei Seattle Sounders. La stampa colombiana lo criticò duramente quando lasciò il Deportivo Cali per la franchigia americana, come racconta lui stesso sul sito della MLS: “Mi accusarono di esser venuto qui solo per soldi. Certo, in Colombia la mia famiglia ha dovuto affrontare momenti difficili. Ma non è stato questo il motivo principale”. Nel frattempo, nel suo paese natìo la percezione del calcio degli yankees è cambiata: “Ora abbiamo la possibilità di dimostrare che questo campionato è competitivo e che ha un livello tecnico molto alto”, dice Montero. Tuttavia, la presenza dei colombiani riveste un’importanza che va ben oltre del miglioramento qualitativo del campionato. L’incremento di giocatori dell’America centrale e meridionale potrebbe essere utile nell’attirare ulteriormente l’attenzione della comunità ispanica, da sempre considerata un mercato appetibile da parte dei proprietari della MLS. Non è un caso che una cospicua fetta dei diritti televisivi sia in mano a ESPN Deportes e a Galavisión, due canali in lingua spagnola.

Da questo punto di vista, l’ingaggio di John Alexander Valencia da parte del Chivas USA, la franchigia più latina del campionato dove gioca un’altra icona come Juan Pablo Ángel, si presenta come un’intelligente strategia di marketing. Il difensore Hernán Partúz e l’attaccante Luis Alberto Perea, figlio dell’ex nazionale Luis Carlos, si sono aggiunti alla già vasta comunità di compatrioti del FC Dallas. Ma trovi i colombiani sia sulla costa Pacifica – Hanyer Mosquera nei Portland Timbers – che su quella Atlantica – Lionard Pajoy nel Philadelphia Union, assieme a Torres, e José Moreno nei New England Revolution, che hanno acquistato anche Cárdenas e Lozano. E mentre Jaime Castrillón ha già segnato il suo primo gol con la maglia dei Colorado Rapids, Rafael Robayo ha debuttato con i Chicago Fire dopo oltre 200 presenze con i Millonarios. Lasciare il prestigioso club non è stata una decisione presa a cuor leggero , ma giocare nella MLS “non è un’opportunità esclusivamente sul piano sportivo. Arrivare negli Stati Uniti può rivelarsi una buona scelta anche per la mia famiglia. È un cambio di vita e di cultura, e sono certo che mi darà un futuro luminoso”. Certo, per chi è cresciuto dove si produce uno dei migliori caffé al mondo sarà strano ambientarsi nella patria di Starbucks. Poco male: nella vita ci si abitua a tutto, pur di continuare a rincorrere un pallone.

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