Qarabağ Ağdam: guerra, esilio ed Europa League

Foto: Marco Fieber

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Damiano Benzoni

Per l’Inter sarà una formalità, con ben otto “Primavera” convocati per la trasferta di Baku a farsi le ossa in Europa League. Per il Qarabağ Ağdam sarà invece un disperato tentativo di restare attaccati al secondo posto del Gruppo F e qualificarsi ai sedicesimi di finale, con un orecchio puntato verso Dnipropetrovsk e alla sfida tra le rivali Dnipro e Saint-Étienne. All’andata a San Siro erano state due reti di Icardi e D’Ambrosio a decidere l’incontro: chi era presente alla Scala del calcio per l’incontro ricevette una piccola brochure in cui la squadra azera divulgava, in italiano, la propria tragica storia.

Il Qarabağ Ağdam, due volte campione di Azerbaigian, non è una squadra come tutte le altre. A testimoniarlo è la storia dell’attaccante Vüqar Nadirov, entrato nel secondo tempo nella gara di San Siro. Nadirov è nato nel 1987 ad Ağdam, il paese di origine della squadra: nipote di Adil Nadirov, ex allenatore del Qarabağ, Vüqar rimase orfano di guerra quando era ancora solo un bambino. Ağdam fu il teatro di una delle più sanguinose battaglie della guerra del Nagorno-Karabakh: le forze armene assediarono e conquistarono la città proprio mentre il Qarabağ, nel 1993, si aggiudicava una storica doppietta campionato-coppa. Da allora il Qarabağ non ha mai più potuto rivedere la propria casa: lo stadio İmarət è stato raso al suolo dai bombardamenti e Ağdam, che un tempo contava una popolazione di quarantamila anime, è una città fantasma, derelitta, deserta e in disfacimento. Adil Nadirov, intervistato da un sito di sport azero, raccontò che il suo sogno era quello di poter rivedere la città ancora una volta, e visitare la tomba del fratello Ərşad, il padre di Vüqar. Il Qarabağ, costretto a giocare le proprie partite al Tofiq Bəhramov della capitale azera Baku, è diventato una bandiera per la popolazione di oltre 600 mila IDP (sfollati interni) che, come Adil Nadirov, vaga per l’Azerbaigian con il sogno di rivedere il proprio paese.

L’ultima partita del Qarabağ nello stadio İmarət si giocò il 12 maggio 1993, quando ottomila persone assistettero alla gara di andata delle semifinali di Coppa dell’Azerbaigian, vinta 1-0 sul Turan Tovuz grazie a una rete di Yaşar Hüseynov. Il Qarabağ vinse la gara di ritorno e il 28 maggio vinse ai supplementari la finale, conquistando il primo trofeo nella sua storia. Due settimane più tardi dal cielo sopra Ağdam cominciarono a piovere i missili Grad e il fuoco d’artiglieria dell’esercito armeno. La battaglia di Ağdam durò un mese e mezzo e costò la vita a quasi seimila azeri. La città cadde il 23 luglio. Cinque giorni prima Yaşar Hüseynov aveva segnato il gol che qualificava la squadra alla finale di campionato. I giocatori furono informati della caduta della città solo due giorni prima della finale, disputata il primo agosto contro il Xəzər Sumqayıt. Fu di nuovo Hüseynov a segnare il gol decisivo per il titolo. Invece di celebrare, dopo la finale, la maggior parte dei giocatori tornò ad Ağdam in cerca dei propri amici e familiari.

Dopo ventun’anni, il Qarabağ è tornato a vincere il campionato azero, festeggiando il titolo a 250 km da Ağdam. Uscito da anni di crisi finanziaria, ha messo le mani anche sul terzo titolo di Coppa ed è divenuta una presenza regolare nei preliminari di Europa League, completando quest’anno la cavalcata alla fase a gironi e mantenendo aperta fino all’ultimo la possibilità di qualificarsi. Gran parte del merito va all’allenatore Qurban Qurbanov, da sei anni sulla panchina del club, mentre il supporto finanziario è garantito dal 2001 da Azersun Holding, corporation governativa che opera nel settore agro-alimentare. Azersun è molto attiva in progetti di sostegno per i profughi del Nagorno-Karabakh e vede l’accordo di sponsorizzazione del Qarabağ come “un’altra dimensione nella strategia sociale aziendale della compagnia”.

Anche la squadra ha subito perdite durante la guerra: l’ex allenatore e giocatore Allahverdi Bağırov si arruolò come volontario e divenne un comandante rispettato, grazie al salvataggio di diverse vite durante il massacro di Khojaly. Il reporter di guerra azero Emin Eminbeyli ricorda: “Eventi straordinari avevano luogo durante gli scambi di prigionieri. […] Allahverdi Bağırov abbracciò uno dei prigionieri armeni e, guardando dritto in camera, disse che quell’uomo per diversi anni era stato un suo compagno di squadra. Nel momento dello scambio, il soldato armeno disse ad Allahverdi che sperava che non si sarebbero mai più trovati su fronti opposti”. Bağırov morì il 12 giugno 1992, vittima di una mina anti-carro. Divenne un eroe nazionale, ma ottenne rispetto anche dall’altra parte della barricata, secondo il ricordo di Eminbeyli. Quando venne a conoscenza della morte di Bağırov, il comandante armeno Vitalik contattò i soldati azeri via radio, chiedendogli di confermare la notizia e maledicendoli: “Come avete potuto non salvare un tale uomo?”.

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