Il calcio può mettere il Kosovo sulla mappa?

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Questo articolo è stato scritto in lingua inglese per il magazine kosovaro Kosovo 2.0 ed è stato tradotto in albanese.

Damiano Benzoni

Nessuno è stato più ricercato, negli scorsi mesi, di Adnan Januzaj. La talentuosa ala diciannovenne del Manchester United, nata a Bruxelles da genitori kosovari, è stata messa nel mirino da diverse squadre nazionali. Il motivo è che Januzaj è eleggibile per giocare per la sua nazionale di cittadinanza, il Belgio, per la Serbia, l’Albania e la Turchia (dove sono nati i suoi nonni). Anche Croazia e Inghilterra lo hanno reclamato, i primi basandosi sul fatto che i suoi genitori sono nati in ex Jugoslavia, gli ultimi per motivi di residenza (anche se le particolari regole di eleggibilità delle Home Unions non permettono tale possibilità). Un’ultima rappresentativa che potrebbe potenzialmente schierare in campo il giovane del Man United è il Kosovo. Il presidente della Federata e Futbollit e Kosovës Fadil Vokrri ha dichiarato pubblicamente che la famiglia di Januzaj è stata contattata, ma la FFK ha anche sottolineato la volontà di non mettere pressione al giocatore.

Che aspetto avrebbe una nazionale kosovara? Non sarebbe affatto una brutta squadra, se tutti rispondessero alla convocazione: ipoteticamente, Adnan Januzaj giocherebbe di fianco al vincitore della Champions League Xherdan Shaqiri del Bayern Monaco e ad altri regolari della nazionale svizzera come Valon Behrami (Napoli), Albert Bunjaku (Kaiserslautern) e il campione del mondo under 17 Granit Xhaka (Borussia Mönchengladbach), oltre a nazionali albanesi come Lorik Cana ed Etrit Berisha (entrambi alla Lazio), Armend Dallku (Vorskla Poltava) e Samir Ujkani (Palermo). La squadra potrebbe anche includere il nazionale svedese Emir Bajrami del Panathinaikos e Shpëtim Hasani dell’Örebro.

Si tratta di una generazione di talenti che non ha avuto, finora, la possibilità di vestire la maglia del Kosovo; come il processo di riconoscimento internazionale della repubblica, anche il riconoscimento sul campo da calcio sta muovendosi lentamente. Nonostante una lega nazionale sponsorizzata da una branca del gigante bancario Raiffeisen, il calcio in Kosovo è vissuto finora in uno stato di isolamento quasi completo. La Serbia si è sempre rifiutata di permettere il riconoscimento del Kosovo, con il presidente della federcalcio serba Tomislav Karadžić categorico nel dichiarare che “fino a che le Nazioni Unite non riconosceranno il Kosovo, è chiaro che la loro squadra nazionale non potrà giocare partite ufficiali, né giocare tornei maggiori”.

Ultimamente, due situazioni simili sono finite sul tavolo di FIFA e UEFA. Gibilterra ha ottenuto la sua ammissione alla UEFA nel maggio 2013 e ha fatto il suo debutto ufficiale con un pareggio senza reti contro la Slovacchia, mentre le due federcalcio che governano il calcio a Cipro hanno firmato un’intesa comune per terminare lo stato di isolamento del calcio nella Repubblica Turca di Cipro Nord (un’altra repubblica autoproclamata non sanzionata dall’ONU, dall’UEFA, né dalla FIFA). Non è chiaro se l’accordo permetterà alla nazionale nord-cipriota di continuare la propria attività.

Il 13 gennaio un Comitato di Emergenza FIFA ha confermato che, dopo due anni di incontri tra le federcalcio di Serbia e Kosovo ai quartieri generali della FIFA, è stato trovato un accordo sui regolamenti per l’attività internazionale per i club e le rappresentative del Kosovo. Si tratta di una soluzione di compromesso: il Kosovo non potrà giocare contro nessuna delle nazionali dell’ex Jugoslavia e ogni partita disputata in Kosovo dovrà essere approvata in anticipo dalla FIFA e dalla federcalcio serba. Soprattutto, il Kosovo non potrà usare nessun simbolo nazionale – bandiere, emblemi – né suonare il proprio inno nazionale. La prima partita sotto queste disposizioni si giocherà il 5 marzo a Kosovska Mitrovica, contro la nazionale di Haiti.

In un video promozionale per la presentazione del nuovo stadio internazionale di Gibilterra, a Europa Point, il medico della nazionale Nathan Chichon ha detto: “Il calcio ha il potere di mettere i posti sulle mappe”, e un altro testimonial ha dichiarato che entrare nell’UEFA è stato un modo per i cittadini di Gibilterra di sentirsi orgogliosi del posto in cui vivono e di dire: “Guardate qui, mondo, noi siamo qui!”. Il promo sottolineava come l’inclusione nella UEFA fosse importante per i giovani calciatori di Gibilterra, permettendo loro di giocarsi le proprie possibilità nel calcio internazionale senza ritrovarsi le ali tarpate dal precedente stato di isolamento. Giocare una partita come una squadra nazionale è un modo di legittimarsi come stato indipendente e affermare la propria identità nazionale. Il percorso per il riconoscimento sembra essere ancora lungo per il Kosovo, ma un piccolo passo è stato fatto. Gli esiti sono ancora incerti e potremmo non vedere il Kosovo ammesso nella FIFA e nella UEFA nei prossimi anni, ma il prossimo Januzaj potrebbe essere, invece di un figlio della diaspora, un ragazzino cresciuto prendendo a calci una palla nelle strade di Prishtina.

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