Due presidenti e un puck

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Damiano Benzoni

Manca un mese all’inizio delle Olimpiadi invernali di Soči, e al Bol’šoj Ice Dome della cittadina russa sul mar Nero va in scena un antipasto della competizione. Due squadre di vecchie glorie dell’hockey su ghiaccio si affrontano sulla pista. Almeno tre dei contendenti, però, non sono vecchi campioni del puck. I più conosciuti sono il numero 1 e il numero 11: si tratta di Aljaksandar Lukašėnka e Vladimir Putin, rispettivamente presidenti di Bielorussia e Russia. Il terzo è Sergej Šojgu, ministro della Difesa della Federazione Russa e Presidente della Federazione Sportiva Internazionale dei Vigili del Fuoco. La squadra dei due leader ex sovietici si è facilmente imposta sui propri avversari, con un risultato di 12-3.

A segnalarlo sono i ragazzi di Progetto Soči 2014, e non è un caso che le Olimpiadi invernali del mar Nero stiano diventando un terreno di battaglia diplomatica, tra amnistie straordinarie, minacce di boicottaggio e polemiche sui diritti LGBT, oltre a qualche preoccupazione sulla sicurezza in seguito agli attacchi terroristici a Volgograd e vista la vicinanza con un territorio caldo come l’Abcasia. La regione abcasa è una repubblica autoproclamata e sostenuta militarmente ed economicamente dalla Russia entro il territorio della Georgia, uno dei due dove si è combattuta la guerra russo-georgiana nell’estate del 2008: parte del villaggio olimpico sconfina nel territorio conteso. Putin, cintura nera di judo, ha sempre utilizzato lo sport per propagandare un’immagine da uomo forte.

La presenza di Lukašėnka, invece, pare particolarmente pregna di significato se si tiene conto che due anni fa al presidente bielorusso, considerato l’ultimo dittatore d’Europa e criticato per i suoi metodi autoritari, era stato impedito di presenziare ai Giochi Olimpici di Londra in quanto dichiarato persona non grata in tutta l’Unione Europea per le accuse riguardanti le violazioni dei diritti umani operate dal regime di Minsk. Aveva fatto scalpore pochi mesi prima la presenza di Lukašėnka alla finale di Euro 2012 a Kiev. L’hockey su ghiaccio, sport popolarissimo in quasi tutta l’ex Unione Sovietica, è una passione anche per un altro dei presidenti ex sovietici che, come Putin e Lukašėnka, hanno deciso di rinforzare la propria immagine pubblica attraverso l’attività fisica: il presidente del Turkmenistan Gurbanguly Berdimuhamedow l’anno scorso impegnò vari dipartimenti dello stato nella creazione di una lega di hockey competitiva in uno dei paesi più caldi al mondo.

Nella squadra affrontata dai due presidenti giocava il due volte oro olimpico (1972 Sapporo, 1976 Innsbruck) e sette volte campione del mondo Aleksandr Jakušev, leggenda dello Spartak Mosca tra il 1964 e il 1980, poi allenatore di Spartak Mosca, Ambrì-Piotta e della nazionale russa. Jakušev è famoso per aver partecipato con la nazionale sovietica alla serie di incontri tenuti nel settembre del 1972 tra Unione Sovietica e Canada. Insieme a Putin e Lukašėnka sono invece scesi in pista Pavel Bure e Vjačeslav Fetisov, due tra i primi sovietici a giocare in NHL. Bure, soprannominato The Russian Rocket durante le dodici stagioni passate in NHL tra Vancouver Canucks, Florida Panthers e New York Rangers, era approdato nel Nuovo Continente nel 1989 dopo aver giocato nel CSKA Mosca, la squadra dell’Armata Rossa. Con la nazionale vinse i Campionati Mondiali del 1990 in Svizzera, più un argento e un bronzo olimpico (1998 Nagano, 2002 Salt Lake City).

Fetisov, anche lui cresciuto nel CSKA Mosca – dove giocò per tredici stagioni – si unì ai New Jersey Devils e successivamente ai Detroit Red Wings in NHL, vincendo due Stanley Cup consecutive. Con la nazionale sovietica vinse due ori (1984 Sarajevo, 1988 Calgary) e un argento (1980 Lake Placid) olimpici. Il suo trasferimento in NHL aprì la porta del Nord America a diversi hockeisti sovietici, ma fu tutt’altro che facile. Quando fece richiesta di passare alla NHL, raccontò Fetisov, “Il ministro della Difesa sovietico cercò di spaventarmi, pretendendo che chiedessi scusa per aver chiesto di partire. Mi diede un ultimatum: ‘Scusati o sarai mandato in Siberia, dove ti renderemo la vita molto difficile’. Affrontai parecchie intimidazioni. La maggior parte dei miei amici aveva paura di parlare con me. Fu il periodo più duro della mia vita, ma alla fine vinsi la guerra. Fui il primo Sovietico a firmare un contratto diretto con la NHL, e sono orgoglioso di dire che non solo altri hockeisti mi seguirono. La porta si aprì per persone in ogni professione”. Fetisov definì la sua “una vittoria contro un intero sistema. […] Vinsi la più grande battaglia lontano dall’hockey. La battaglia contro il comunismo, la battaglia per la libertà di scelta”.

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