Il Mondiale di Mandela

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Damiano Benzoni

Mentre continuano le celebrazioni per la morte di Nelson Mandela, vi riproponiamo un altro articolo, apparso nel 2010 sul numero zero di Pianeta Sport, riguardo la Coppa del Mondo del 1995, il punto di incontro più importante tra Mandela e lo sport.

Abdelatif Benazzi, il gigante franco-marocchino dei Bleus, piangeva a dirotto. Sotto la pioggia torrenziale di Durban, il terza linea della Francia aveva segnato la meta che avrebbe portato la Francia in finale. Non era stato dello stesso parere l’arbitro Derek Bevan, che dichiarò la meta non valida, e al fischio finale era stato il Sudafrica a gioire. Benazzi avrebbe pianto anche la settimana successiva, assistendo alla finale. L’avrebbe poi raccontato, anni dopo, a Morné du Plessis: “Mi resi conto di quanto fosse giusto che voi foste lì al posto nostro, che c’era in ballo qualcosa di più grande e importante di una Coppa del Mondo di rugby”. Il drop di Joël Stransky a sei minuti dal termine dei tempi supplementari fu il momento che definì una nazione. Il Sudafrica stava assestando una democrazia neonata e instabile, e cercando di liberarsi dal pesante fardello rappresentato dall’apartheid. La Coppa del Mondo di rugby era stata l’occasione per cercare di riconciliare una nazione sotto lo slogan del torneo, ideato da du Plessis: One team, one nation. Il simbolo di questa riunificazione, indelebile nella memoria storica del Sudafrica e del rugby, è il momento della premiazione. François Pieenar, capitano afrikaner degli Springboks, aveva appena rilasciato una dichiarazione storica, quando un reporter della SABC gli aveva chiesto quanto avesse contato il supporto dei sessantaduemila tifosi dell’Ellis Park di Johannesburg: “Non avevamo solo il sostegno di sessantaduemila tifosi, avevamo il sostegno di quarantatre milioni di sudafricani”.

A presentare a Pieenar la William Webb Ellis Cup fu Nelson Mandela. Solo quattro anni prima per il Sudafrica Mandela era un terrorista di etnia xhosa che aveva speso 26 anni in carcere per aver fondato Umkhonto we Sizwe, la “lancia della nazione”, l’ala armata del partito politico fuorilegge African National Congress. Ora Nelson Mandela con l’ANC era diventato il presidente di quel Sudafrica, ed era l’uomo che aveva unificato una nazione, smantellando il barbarico apparato segregazionista dell’apartheid e tendendo una mano verso i suoi aguzzini e nemici di ieri. L’uomo che la folla dell’Ellis Park acclamava vestiva il cappellino degli Springboks, fino al giorno prima il simbolo del più gretto l’orgoglio afrikaner, e la maglia numero sei della nazionale, la stessa indossata dal capitano Pieenar. Per le strade anche i neri festeggiavano la vittoria della propria nazione, inneggiando alla squadra contro cui si era riversato il loro tifo negli anni bui dell’apartheid.

Dal 1976, dopo i disordini accaduti nella principale township di Johannesburg, Soweto, il mondo aveva chiuso le proprie porte al Sudafrica. Anche il rugby fu isolato dal boicottaggio internazionale, in quello che fu considerato il colpo più duro per gli afrikaner, che nello sport eccellevano. Le poche occasioni internazionali che venivano concesse ai sudafricani erano puntualmente affari controversi. Il tour del 1981 in Nuova Zelanda fu costellato da proteste e disordini pubblici che portarono alla cancellazione di una partita e all’episodio delle bombe di farina durante il match finale all’Eden Park di Auckland. In quella che si rivelò una partita tesa e nervosa, giocata in un’atmosfera irreale, un superleggero volò sopra lo stadio, sganciando fumogeni e bombe di farina sul terreno di gioco mentre l’incontro era in corso, e colpendo in testa l’All Black Gary Knight. Quattro anni più tardi Arnold Stofile, ex rugbista e membro dell’ANC, condusse una campagna di successo e convinse il governo e la federazione neozelandese ad annullare il proprio tour in Sudafrica. Fu così che nel 1986 venne organizzato il tour ribelle dei Cavaliers, una formazione All Black sotto mentite spoglie, che causò scalpore al punto di spingere alcune nazionali a minacciare di boicottare la Coppa del Mondo inaugurale del 1987 se fossero stati ammessi i giocatori che avevano partecipato alla tournée.

Tra i personaggi più importanti e più dimenticati del dibattito sportivo sulla riconciliazione ci fu Danie Craven, giocatore e poi allenatore del Sudafrica e infine presidente della federazione rugby nazionale. Craven, in un tentativo di smuovere lo stato di isolamento internazionale della sua federazione, intavolò nel 1988 dei negoziati con l’ANC, allora ancora fuorilegge, per la creazione di una federazione unitaria che comprendesse bianchi, coloured, indiani e neri. Le reciproche differenze e diffidenze tra gli afrikaner della federazione rugby e i neri dell’ANC resero le trattative molto accidentate, portando infine alla fondazione della South African Rugby Football Union a inizio degli anni ’90. Il Sudafrica, nel frattempo, non aveva potuto partecipare ai Mondiali nel 1987 e nel 1991. Danie Craven, morto nel 1993, non avrebbe mai visto la sua nazionale disputare una Coppa del Mondo.

L’apartheid era crollato con l’inizio degli anni ’90, un processo simboleggiato dalla liberazione di Nelson Mandela l’11 febbraio 1990. Le trattative per la costruzione di una nuova democrazia non furono affatto facili, minate a ogni passo da nuovi ostacoli. Da una parte del tavolo c’erano Mandela e l’ANC, dall’altra c’era l’ancien régime del presidente Frederik de Klerk e dell’ex presidente Pik Botha, ora ministro degli Esteri. Lontani dal tavolo però tramavano la destra estremista afrikaner e il movimento Inkatha, formato da zulu che avevano abbracciato la visione di Grande Apartheid di Hendrik Verwoerd in cambio della semiautonomia dello stato del Kwa-Zulu e che vedevano i propri privilegi messi a repentaglio dalla liberazione di Mandela e dalla fine della segregazione. Gli impi, i battaglioni dell’Inkatha, per tre anni attaccarono indiscriminatamente le township che circondavano Johannesburg, maggiore centro di consenso dell’ANC, con la connivenza della polizia sudafricana. Si arrivò sull’orlo della guerra civile quando, il 10 aprile 1993, due fanatici assassinarono Chris Hani, uomo di vertice dell’ANC che molti vedevano come potenziale successore di Mandela. Servirono gli appelli di Mandela stesso e dell’Arcivescovo Desmond Tutu a prevenire il bagno di sangue e impedire che la nazione si incendiasse. Due mesi più tardi, di nuovo si sfiorò la crisi, quando gli estremisti di destra dell’Afrikaner Volksfront assalirono in un’operazione paramilitare il World Trade Center di Johannesburg, dove andavano avanti i negoziati per la creazione di un nuovo Sudafrica. Una dimostrazione di forza, paragonata alla presa della Bastiglia, che dimostrava quali fossero le potenzialità di un colpo di stato da parte dell’élite militare e della destra estremista.

Nonostante tutti gli ostacoli, vennero indette per il 27 aprile 1994 le prime elezioni a suffragio universale della storia del Sudafrica, che portarono all’elezione di Mandela. Il rugby, sport dell’oppressore e simbolo del potere afrikaner, definito da Arnold Stofile “l’oppio dei boeri”, vide terminare il suo lungo esilio dalla scena internazionale nell’agosto 1992, quando all’Ellis Park di Johannesburg il Sudafrica affrontò la Nuova Zelanda. Louis Luyt, il nuovo controverso presidente della South African Rugby Union, aveva ottenuto la possibilità di far disputare il test match a patto che l’evento non fosse usato come occasione per promuovere i simboli dell’apartheid, così strettamente legati al rugby: la vecchia bandiera, che rappresentava il vecchio regime, e l’inno nazionale Die Stem van SuidAfrika, una celebrazione del grande trek con cui gli afrikaner si erano imposti, a dir loro per volere divino, e avevano imposto il loro colonialismo sugli altri popoli che abitavano il Sudafrica. Fu un fallimento. Quella che doveva essere un’occasione di riconciliazione si trasformò in una celebrazione dell’orgoglio boero, con la connivenza di Luyt e sulle note di Die Stem.

Nonostante le polemiche, Mandela continuò a considerare il rugby un modo per conquistare la fiducia dei boeri: fece in modo che Nkosi Sikelel’ iAfrika, il nuovo inno nazionale, affiancasse Die Stem senza sostituirlo, e ottenne per la sua nazione l’organizzazione della Coppa del Mondo 1995. La nazionale sudafricana per la Coppa del Mondo era composta quasi esclusivamente da giocatori bianchi, con l’unica eccezione dell’ala Chester Williams. Williams sarebbe assurto a simbolo della fine della segregazione, eppure nella divisione etnica dell’apartheid non figurava come nero, ma come coloured: un’etnia in qualche modo privilegiata, più vicina alla realtà boera che non a quella delle township. Williams, come gran parte dei suoi compagni di squadra, era disinteressato e ignaro rispetto alle questioni politiche del suo paese. Un disinteresse condiviso anche da François Pienaar, archetipo dell’afrikaner, flanker con un’adolescenza travagliata e violenta, che aveva fatto il suo esordio in nazionale nel 1993, vestendo dal primo incontro la fascia di capitano che era appartenuta a Naas Botha. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe diventato l’icona di una nazione unita, né prevedere il legame profondo che avrebbe stretto con Mandela durante l’anno che passò tra il loro primo incontro e la Coppa del Mondo. Più consapevoli politicamente erano personaggi come l’apertura Joël Stransky, dai cui piedi sarebbe passato il destino di una nazione, e soprattutto il team manager Morné du Plessis. Fu proprio su iniziativa di du Plessis che gli Springboks portarono il pallone della Coppa del Mondo attraverso le township del paese, visitarono Robben Island, il carcere per prigionieri politici dove Mandela aveva speso diciott’anni della sua vita, e impararono a cantare il nuovo inno, Nkosi Sikelel’ iAfrika.

Il 25 maggio 1995, dopo il lancio del fiorino del 1921 usato per sorteggiare palla e campo in un’Inghilterra – Nuova Zelanda del 1925 e dopo il fischio di Derek Bevan in un fischietto utilizzato per la prima volta novanta anni prima, l’australiano Michael Lynagh diede il calcio d’inizio della Coppa del Mondo. Quella sudafricana, oltre al particolare significato che avrebbe acquistato per un popolo, sarebbe stato uno spartiacque importante nella storia del rugby, segnando il confine tra l’era amatoriale e quella del professionismo e animando il dibattito che portò alla modernizzazione del gioco riguardo agli aspetti relativi alla tutela dei giocatori e al ricorso all’ausilio della tecnologia per coadiuvare le decisioni arbitrali. Il Sudafrica che scese in campo al Newlands di Città del Capo contro l’Australia era tutto bianco: Chester Williams, fermato da un problema tendineo, non aveva potuto far parte della squadra. Il protagonista della giornata fu Joël Stransky: il giocatore, che in passato aveva giocato per L’Aquila e San Donà di Piave, mise a segno una full house, ovvero andò a segno in tutti i modi possibili (meta, trasformazione, punizione e drop), trascinando la sua squadra a una vittoria 27-18 sui campioni uscenti, ottenuta nonostante la pessima prestazione in rimessa laterale.

La convinzione e il morale ottenuto grazie a questa vittoria non durarono a lungo: gli Springboks, pur vincendo 21-8, faticarono a mettersi alle spalle la Romania. Non si aspettavano certo nemmeno la battaglia che li avrebbe attesi contro il Canada, l’outsider che quattro anni prima aveva stupito tutti qualificandosi ai quarti. La tensione al Boet Erasmus di Port Elizabeth era altissima: per il Sudafrica una vittoria voleva dire qualificarsi ai quarti evitando di incontrare subito corazzate come Inghilterra o Nuova Zelanda, la sconfitta avrebbe voluto dire la fine ingloriosa del torneo. Dopo l’esecuzione degli inni nazionali, con l’arbitro David McHugh in procinto di fischiare l’inizio del match, le luci dello stadio si spensero improvvisamente, per via di un cavo danneggiato. La tensione accumulata esplose sul campo di gioco: i Sudafricani, grazie a una difesa rocciosa, si imposero per 20-0, ma a sette minuti dalla fine, dopo uno scontro di gioco tra Pieter Hendriks e Winston Stanley, sul campo scoppiò la rissa. McHugh fu costretto a mostrare tre cartellini rossi, uno dei quali verso il tallonatore sudafricano James Dalton. Dalton fu sospeso per trenta giorni: il suo Mondiale finì, insieme a quello di Hendriks, squalificato in seguito alla visione delle registrazioni della rissa da parte del comitato organizzatore.

Se il Sudafrica perdeva l’ala che aveva segnato una meta decisiva nella gara d’esordio contro l’Australia, la squalifica riapriva le porte della nazionale a Chester Williams, che sarebbe diventato l’eroe del quarto di finale contro le Samoa Occidentali, segnando quattro mete. Finì 42-14 per gli Springboks che però pagarono lo scotto di un confronto fisico durissimo. A farne le spese fu l’estremo André Joubert, che giocò le ultime due partite del torneo con una mano rotta. La semifinale contro la Francia fu disputata a Durban. Per la seconda volta, dopo il match con il Canada, i sudafricani corsero il rischio di vedere la partita assegnata a tavolino. Le condizioni del campo di gioco erano pessime: il terreno era completamente allagato dalla pioggia torrenziale che stava sfogandosi sulla regione del Natal. Una delle immagini rimaste nella memoria collettiva è l’esercito di donne nere che, spazzoloni alla mano, libera il terreno del King’s Park dall’acqua in eccesso. Se la partita non si fosse disputata il Mondiale del Sudafrica sarebbe finito: il regolamento della Coppa del Mondo stabiliva che in questo caso sarebbe stata eliminata la squadra che aveva subito più espulsioni durante il torneo. In quel momento, il cartellino rosso di Dalton contro il Canada pesava come un macigno. Le contingenze e la volontà di non far saltare una partita di Coppa del Mondo però forzarono la mano agli ufficiali e all’arbitro Derek Bevan e l’incontro, nonostante il campo fosse ancora in condizioni di pessima praticabilità, cominciò ugualmente. Finì 19-15 per i sudafricani, con la meta annullata da Bevan a Benazzi e con le lacrime dell’uomo dalle tre patrie, la Francia, il Marocco e il rugby.

24 giugno 1995, Ellis Park: la finale di Coppa del Mondo si apre con la visita di Nelson Mandela allo spogliatoio sudafricano. Indossa il cappellino e la maglia della nazionale, la numero sei di François Pienaar, il gesto con cui conquisterà definitivamente la fiducia degli afrikaner. L’emozione è fortissima in tutto lo stadio, e quello che avviene ad Ellis Park è qualcosa che solo due anni prima sarebbe stato impensabile: i neri tifano per la nazionale dei bianchi, i bianchi intonano Shosholoza, canzone tradizionale del Sudafrica nero, lo stadio intero inneggia a Mandela. I neozelandesi sono i favoriti, schierano all’ala Jonah Lomu, 110 kg di velocità, una delle prime ali pesanti della storia del rugby. I sudafricani invece impostano la loro partita sulla difesa, sulla compattezza di una squadra che ha saputo superare un cammino accidentato per arrivare alla finale, sulla passione e sul desiderio di coronare il sogno di una nazione. È il gioco degli Springboks a imporsi, e la partita si riduce a una sfida di calci tra Joël Stransky e il neozelandese di origine sudafricana Andrew Merthens che porta per la prima volta una partita di rugby a tempi supplementari e che mantiene la gara sulla parità fino a sei minuti dalla fine. Fino a quel drop di Stransky.

Pensare che basti una Coppa del Mondo a risolvere i problemi di un paese attraversato da mille contraddizioni e che ha appena superato una condizione di divisione e segregazione è impensabile. La vittoria degli Springboks non fu del tutto una favola. Alcuni giocatori neozelandesi vomitarono a bordo campo durante la finale, spingendo l’allenatore Laurie Mains ad insinuare che gli All Blacks fossero vittime di un’intossicazione alimentare deliberatamente causata da una misteriosa cameriera. Né alla cena della finale mancarono le polemiche e le controversie: il crasso commento del presidente della federazione sudafricana Louis Luyt svuotò la sala. Luyt disse che nel 1987 e nel 1991 aveva sostenuto che le Coppe del Mondo non erano veritiere, in quanto il Sudafrica non aveva partecipato, e che la vittoria degli Springboks dimostrava la sua ragione. Dopo aver parlato con il terza linea neozelandese Mike Brewer nell’immediato seguito dell’episodio, la stampa chiese a Luyt se si fosse trattato di una conversazione o di una confronto a muso duro: “Dipende da come interpretate le parole grosso bastardo afrikaner”, fu la risposta. L’indelicatezza di Luyt durante quella sera non si limitò a quell’episodio: il presidente della federazione sudafricana regalò un orologio d’oro a Derek Bevan, definendolo “il migliore arbitro del torneo”, gesto quantomeno controverso, visto che Bevan aveva salvato in ben due modi la semifinale contro la Francia, evitando la sconfitta a tavolino del Sudafrica per le condizioni del campo e annullando la meta dubbia di Benazzi che avrebbe qualificato i Bleus alla finale di Johannesburg.

Le controversie del rugby sudafricano sarebbero continuate a lungo. Nel 2007, quando il Sudafrica vinse per la seconda volta la Coppa del Mondo schierando a pilone Os du Randt, un componente della squadra del 1995, la squadra sfoggiava sulle maniche della propria maglia la scritta 466664, il numero del prigioniero Mandela a Robben Island, e l’ex presidente sudafricano si unì ai festeggiamenti della squadra, di nuovo indossando la maglia verdeoro. Non erano ancora risolti, né lo sono tuttora, i problemi legati alla violenza che circonda il gioco in alcune regioni della nazione, alla percezione dello springbok come simbolo dell’apartheid e all’annosa questione delle quote razziali nella squadra nazionale. Solo quattro anni prima le cronache avevano svelato l’orrore di Kamp Staaldraad, l’inumano campo di addestramento cui furono sottoposti i giocatori prima della Coppa del Mondo 2003, e la disputa tra l’afrikaner Geo Cronjé e il coloured Quinton Davids, entrambi espulsi dalla squadra per la Coppa del Mondo dopo, pare, il rifiuto del primo di dividere stanza e doccia con il secondo.

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