El Rey del metro cuadrado

Caszely

Damiano Benzoni

Il 5 luglio del 1950 a Santiago del Cile nacque Carlos Caszely, calciatore cileno di discendenza ungherese che vinse cinque scudetti e tre coppe del Cile con il Colo-Colo tra il 1970 e il 1985. Attaccante rapace al centro dell’area, fu soprannominato el Rey del metro cuadrado, il Re del metro quadrato. Nel 1973 giocò la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente: dopo due pareggi ad Avellaneda e Santiago, fu necessario disputare un desempate a Montevideo per decidere la serie. Gli argentini ebbero la meglio per 2-1, segnando il gol decisivo all’inizio del secondo tempo supplementare, ma Caszely siglò la rete del momentaneo pareggio nel primo tempo e si laureò capocannoniere della competizione. Per la nazionale cilena giocò 49 partite, segnando 29 gol. Fu votato miglior giocatore della Coppa America del 1979, quando il suo Cile dovette cedere in finale contro il Paraguay di Eugenio Morel e Julio César Romero. Alla Coppa del Mondo del 1974, nell’incontro di apertura contro i padroni di casa della Germania Ovest, Caszely entrò nella storia diventando il primo giocatore espulso dal campo con un cartellino rosso (fino agli anni ’70 ammonizioni ed espulsioni erano comunicate solo verbalmente).

Socialista, fu molto vicino a Gladys Marín e Volodia Teitelboim, due parlamentari comunisti di Unidad Popular, uno dei partiti che appoggiavano il governo di Salvador Allende. La Marín definì Caszely “non solo un grande sportivo, ma anche un giovane che comprende il processo rivoluzionario che il suo paese sta vivendo”. Quando l’11 settembre 1973 Augusto Pinochet prese il potere con un colpo di stato militare e il presidente eletto Allende perse la vita durante l’assalto al Palacio de la Moneda, Caszely era appena emigrato in Spagna, dove avrebbe giocato fino al 1978 al Levante e poi all’Espanyol. Più tardi avrebbe dichiarato: “Nel luglio del 1973 notai che era meglio cambiare aria; si notava che in qualsiasi momento poteva avvenire un golpe militare, come poi successe l’11 settembre”.

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Il primo impegno della nazionale di Caszely dopo il golpe era lo spareggio per la qualificazione al mondiale del 1974 contro l’Unione Sovietica. Racconta Simone Pierotti:

Il 26 settembre a Mosca va in scena il match di andata: le due squadre chiudono a reti inviolate grazie all’eccellente prestazione dei centrali difensivi cileni Quintano e Figueroa. Il ritorno è in programma nella capitale cilena: lo stadio nazionale, da luogo dedicato allo sport più popolare del mondo, è diventato in men che non si dica un grande campo di concentramento a cielo aperto. Gli spalti si trasformano in prigioni, gli spogliatoi nel luogo delle fucilazioni, i sotterranei nelle camere di tortura.

L’eco della triste trasformazione dell’Estádio Nacional solca gli oceani e giunge in tutto il mondo: i sovietici si rifiutano di giocare in uno stadio pieno di prigionieri politici, chiedono di far disputare il match di ritorno in campo neutro ed invitano la Fifa ad effettuare delle verifiche all’interno dell’impianto. Gli ispettori del massimo organo calcistico mondiale, però, non ravvisano alcuna irregolarità e concedono l’agibilità all’Estádio Nacional. Ma l’Urss, frattanto, non si schioda dalla sua posizione: in segno di protesta, non scenderà in campo. La Roja allenata da Luis Álamos viene invitata dalla Federcalcio nazionale a presentarsi comunque allo stadio, con la consapevolezza che i sovietici sono rimasti a Mosca: la vittoria a tavolino per 2-0 qualifica di diritto il Cile ai prossimi Mondiali.

I militari approfittano dell’occasione per radunare sugli spalti migliaia di tifosi che assistono ad una delle più grandi pantomime nella storia dello sport: la nazionale cilena scende in campo contro un avversario fantasma, con un arbitro austriaco che si presta alla messinscena, pronto a dare il fischio d’inizio di un’assurda contesa. Dopo essere passato tra i piedi di nove diversi giocatori, il pallone finisce a Carlos Caszely, popolare attaccante del Colo Colo e fervido sostenitore di Allende: deciso a calciarlo in fallo laterale per non prestarsi alla farsa sceneggiata dal regime, all’ultimo istante lo passa al capitano Francisco Valdés, figlio di operai e militante di sinistra, l’incaricato di depositare la sfera nella porta sguarnita. Valdés, al rientro negli spogliatoi, si rinchiude in bagno ed inizia a vomitare. Anche Caszely si sente un vigliacco e con lui tutti gli altri giocatori: la paura che serpeggiava prima dell’incontro adesso cede spazio alla vergogna.

Dopo l’incontro Augusto Pinochet volle congratularsi con i giocatori, invitandoli a un ricevimento per celebrare la qualificazione della nazionale alla Coppa del Mondo. Nell’occasione Caszely rifiutò di stringere la mano al dittatore, costretto a passare oltre: “Fui l’unico giocatore che non salutò il dittatore. Avevo paura, ma era quello che dovevo fare. Lo incontrai diverse volte durante la mia carriera, e solo una volta lo salutai”.

$T2eC16JHJGwE9n)ySdEoBP710VvJzw~~60_35Nel 1974 la madre del giocatore, Olga Garrido, fu sequestrata e malmenata dalle forze di sicurezza del regime militare. Quattordici anni dopo, Caszely e sua madre presero parte a uno spot televisivo di propaganda per il “No” al continuismo nel referendum nazionale del 1988 che portò alla convocazione delle prime elezioni presidenziali e parlamentari democratiche dopo quelle che nel 1970 avevano portato alla Moneda Salvador Allende. La donna raccontava le umiliazioni subite da parte del regime. Al suo fianco compariva il giocatore: “Per questo il mio voto è No. Perché la sua allegria è la mia allegria. Perché i suoi sentimenti sono i miei sentimenti. Perché il giorno di domani potremo vivere in una democrazia libera, sana, solidale, che tutti possiamo condividere. Perché questa bella signora è mia madre”.

3 pensieri su “El Rey del metro cuadrado

  1. Non che io sappia. C’è però un documentario (“Les Rebelles du Foot”) presentato da Eric Cantona che è stato recentemente trasmesso su LaEffe (la televisione di Feltrinelli) e che spero venga ritrasmesso.

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