Profughi olimpici

Damiano Benzoni

Durante la parata delle nazioni aveva portato la bandiera del suo paese con orgoglio di fronte all’Olympic Stadium di Londra. Pochi, vedendolo, avrebbero potuto immaginare che una domenica mattina Weynay Ghebresilasie, il portabandiera dell’Eritrea, se ne sarebbe andato dal villaggio olimpico per chiedere asilo alla UK Border Agency. Specialista dei 3000 siepi, Ghebresilasie non è che l’ultimo di una serie di atleti scomparsi dal villaggio olimpico: se il judoka georgiano Betkil Shuk’vani, di cui vi abbiamo già raccontato la vicenda, è scappato per fare ritorno in patria, sette camerunensi, tre sudanesi, quattro congolesi, tre ivoriani, tre guineani e altri tre eritrei hanno scelto di far perdere le proprie tracce e fuggire dal proprio paese. I permessi olimpici rilasciati dalla UK Border Agency agli atleti e alle loro famiglie sono validi dal 30 marzo fino all’8 novembre, data oltre la quale la permanenza degli atleti in suolo britannico diventa illegale. LOCOG, il comitato organizzatore dei giochi, ha sottolineato che il fatto che al momento gli atleti scomparsi non hanno infranto alcuna legge o regolamento non permette loro di prendere nessun tipo di provvedimento nei loro confronti.

Non è la prima volta che un evento olimpico diventa un trampolino di lancio per domande d’asilo e fughe dal proprio paese: ad Atlanta, nel 1996, quasi tutta la squadra femminile di pallacanestro dell’allora Zaire fece perdere le proprie tracce per fuggire dal regime di Mobutu, mentre secondo Gilbert Brisbois di RMC la delegazione cubana raramente fa ritorno da una competizione sportiva internazionale a ranghi completi. Le Olimpiadi di Melbourne del 1956, tenute una manciata di settimane dopo che i carri armati sovietici avevano soffocato nel sangue l’insurrezione anti-sovietica di Budapest, la delegazione ungherese tornò in patria letteralmente decimata: partirono in 108, ma 44 non fecero ritorno in Ungheria. Tra di loro anche il pallanuotista Ervin Zádor, il cui volto è il logo di Dinamo Babel e la cui storia abbiamo raccontato tempo fa.

Le defezioni olimpiche sono cominciate ben prima che il braciere illuminasse la cerimonia di apertura: in luglio Al-Nazeer Abdul Gadir, Sadam Hussein e Osman Yahya, tre corridori sudanesi che avevano raggiunto a metà giugno il raduno pre-olimpico di Middlesbrough, hanno fatto domanda d’asilo presso il Regno Unito. La reazione collerica del capodelegazione Elfatih Abelaal è stata quella di definire “irresponsabili” i tre richiedenti asilo, sostenendo in un comunicato stampa ripreso da Le Monde la presenza di un complotto ai danni del governo: “Alcuni migranti economici del Partito Comunista Sudanese e alcuni gruppi armati del Darfur che vivono nel nord dell’Inghilterra hanno incoraggiato i giovani atleti a richiedere asilo politico presso il Regno Unito per imbarazzare il governo sudanese”. Secondo le dichiarazioni di Abelaal i comunisti avrebbero offerto ai corridori degli appartamenti, un salario e un passaporto britannico. La situazione in Sudan è di tensione, dopo che il governo ha cercato di domare col pugno di ferro le proteste contro le misure di austerità recentemente adottate.

Una volta iniziati i giochi, è stata la volta di sette atleti del Camerun. La prima defezione è stata quella di Drusille Ngako Tchimi, portiere di riserva della nazionale di calcio femminile, che ha lasciato la squadra a Coventry, alla vigilia della partita con la Nuova Zelanda. Subito dopo è scomparso lasciando la sua stanza nel villaggio olimpico vuota anche il nuotatore Paul Ekane Edingue, 21 anni. Il 5 agosto, invece, si sono perse le tracce di cinque pugili: Thomas Essomba, Christian Donfack Adjoufack, Abdon Mewoli, Blaise Yepmou Mendouo e Serge Ambomo. I cinque sono ricomparsi più tardi, intervistati dalla BBC in un luogo non precisato di Londra, per spiegare le ragioni della propria fuga: hanno sostenuto di aver ricevuto minacce e che i dirigenti avrebbero tentato di confiscare i passaporti di alcuni dei loro compagni di squadra. Essomba, dopo aver detto che i cinque sono alla ricerca di uno sponsor che possa permettere loro di restare all’estero, ha spiegato: “Non ce ne siamo andati perché non ci piace la nostra nazione, ma perché altrimenti non potremmo più praticare lo sport che amiamo. Vogliamo diventare professionisti e non possiamo fare ritorno in Camerun”. Anche Drusille Ngako, secondo RMC, avrebbe dichiarato di essersi allontanata dalla squadra per sfruttare l’occasione unica rappresentata dal fatto di trovarsi in Europa: un contratto per un club del continente per lasciarsi dietro alle spalle una misera vita africana.

Alla chiusura dei conti diversi altri atleti non hanno risposto all’appello: dopo la cerimonia di chiusura un judoka della Repubblica Democratica del Congo Cedric Mandembo è svanito e non ha fatto ritorno a Kinshasa. Insieme a Mandembo sono spariti anche altri tre componenti della delegazione, gli allenatori Blaise Bekwa (pugilato), Guy Nkita (atletica) e Ibula Masengo (atletica). Nei giorni precedenti erano scomparsi anche tre dei quattro atleti della Guinea, la nuotatrice Dede Camara, il judoka Facinet Keita e la centometrista Aissata Toure, oltre a tre membri della delegazione ivoriana di cui non sono stati fatti i nomi: si tratterebbe di due nuotatori e un allenatore della squadra di lotta. Infine, hanno fatto domanda d’asilo quattro atleti eritrei, tra i quali figurano la maratoneta Rehaset Mehari e Weynay Ghebresilasie.

Ghebresilasie è stato l’unico tra gli eritrei a lasciarsi intervistare dal Guardian, mentre gli altri hanno preferito evitare di esporre le proprie famiglie a eventuali ritorsioni da parte del regime autoritario di Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea fin dall’indipendenza del paese dall’Etiopia nel 1991. Afewerki ha ripetutamente rifiutato di indire pubbliche elezioni, ha lanciato una campagna di autarchia economica tagliando il numero di ONG e organizzazioni internazionali presenti sul suolo del paese, ha promosso una serie di persecuzioni religiose e politiche e ha militarizzato il paese paventando la possibilità di un nuovo conflitto con l’Etiopia: secondo l’UNHCR i soldati eritrei sono sottoposti a torture e lavori forzati. Proprio per sfuggire all’esercito, nel quale è arruolato per la leva militare, Ghebresilasie ha deciso di andarsene: “Il mese scorso, mentre gareggiavo in Spagna, ero ancora ottimista e pensavo che le condizioni a casa potessero migliorare. Invece, sembra che stiano peggiorando sempre di più”.

Ghebresilasie ha descritto la dura vita militare in Eritrea e ha espresso il suo disappunto per non essere riuscito a ottenere più di un decimo posto alle batterie: “Competere qui è stato un sogno realizzato, speravo di fare bene e magari arrivare vicino a una medaglia, ma la verità è che in Eritrea non veniamo trattati come atleti: è capitato che gareggiassimo in altri paesi e i dirigenti, spesso alti ufficiali dell’esercito, mi rifiutassero l’accesso alle cure mediche”. Così durante l’ultima giornata dei giochi, mentre il resto della squadra era uscita per assistere alla maratona maschile, Weynay ha gettato la SIM consegnatagli dagli accompagnatori della delegazione e se n’è andato dal villaggio olimpico. La sua fuga molto probabilmente sarà etichettata dal governo eritreo, che l’atleta definisce “imprevedibile”, come un tradimento.

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