All’ombra di cinque cerchi

Foto: David Byrd

Damiano Benzoni

Si sono già aperti informalmente pochi giorni fa, con il torneo calcistico, domani cominceranno ufficialmente: i giochi della XXX Olimpiade, Londra 2012, vedranno competere oltre diecimila atleti di tutto il mondo. Duecentocinque bandiere sfileranno all’Olympic Stadium della capitale inglese, a rappresentare le varie nazioni impegnate nella manifestazione. La parata verrà aperta, come da tradizione, dalla delegazione greca e dal suo portabandiera Alexandros Nikolaidis, due volte argento olimpico e una volta campione europeo nel taekwondo, primo tedoforo della torcia olimpica ai giochi di Pechino 2008. I comitati olimpici sfileranno in seguito in ordine alfabetico, dall’Afghanistan fino allo Zimbabwe. La parata viene tradizionalmente chiusa dalla delegazione ospitante, e l’ultimo portabandiera sarà infatti il ciclista su pista scozzese Chris Hoy, quattro ori olimpici, tre dei quali ottenuti a Pechino. Prima di Chris Hoy, però, dovrebbero sfilare quattro atleti senza una bandiera nazionale, ma sotto l’egida della bandiera olimpica e dei suoi cinque cerchi [in realtà la delegazione indipendente ha sfilato, secondo l’ordine alfabetico, tra Islanda e India].

Oltre agli atleti dei 204 comitati olimpici nazionali impegnati nelle gare di Londra 2012, saranno presenti ai giochi anche quattro atleti indipendenti. Si tratta del maratoneta sud-sudanese Guor Marial e di tre atleti delle Antille Olandesi: il velocista Liemarvin Bonevacia (400m), il judoka Reginald de Windt e la velista Philipine van Aanholt. Altri tre atleti hanno rischiato di dover competere sotto la bandiera a cinque cerchi: Fawaz al-Shammari (110 m ostacoli), Mohammad al-Azemi (800 m) e Ali Mohammed al-Zinkawi (lancio del martello), atleti dipendenti dal comitato olimpico del Kuwait, sospeso in seguito alle intrusioni da parte del governo negli affari olimpici e poi riammesso.

Bonevacia, de Windt e la van Aanholt – quest’ultima nata a Utrecht, nei Paesi Bassi europei – sono tutti atleti dell’isola di Curaçao, ma concorrono come indipendenti in seguito alla dissoluzione del comitato olimpico delle Antille Olandesi che ha fatto seguito alla nuova ripartizione dell’arcipelago nel 2010. Paese autonomo all’interno del Regno dei Paesi Bassi, le Antille Olandesi hanno cessato di esistere come tali il 10 ottobre 2010. L’isola di Aruba si era già staccata – pur mantenendosi all’interno del regno olandese – nel 1986, mentre ora anche Curaçao e Sint Maarten hanno ottenuto lo status di entità autonome costituenti il regno dei Paesi Bassi. I Caraibi Olandesi, ovvero le isole di Bonaire, Sint Eustatius e Saba hanno invece rinunciato l’autonomia e sono diventate municipalità speciali di oltremare dei Paesi Bassi.

Più difficile la storia del maratoneta Guor Marial, sudanese del sud che ancora non può rappresentare la sua neonata nazione (che ha compiuto il suo primo anno di vita il 9 luglio) perché questa ancora non possiede un suo comitato olimpico. La storia tormentata di Marial – raccontata nel dettaglio da Alessandro Mastroluca su UbiTennis – è quella di un bambino di dieci anni portato via dalla sua casa dai soldati del governo sudanese di Khartoum. Marial ha perso otto dei suoi dieci fratelli durante la guerra civile sudanese, riesce a fuggire e tornare a casa, poi viene di nuovo fatto prigioniero da un soldato del nord. Trova riparo presso uno zio che però viene arrestato come collaborazionista sud-sudanese, poi nel 1999 riesce a fuggire in Egitto e, due anni più tardi, a ottenere lo status di rifugiato politico negli Stati Uniti. Nel 2011 partecipa, registrandosi come atleta sud sudanese, alla Twin Cities Marathon di San Diego e ottiene un tempo di 2 h 12’ e 55”, sufficiente per qualificarsi alle Olimpiadi. In possesso della green card e del permesso di soggiorno, ma privo della nazionalità statunitense, Marial declina l’offerta del presidente di Khartoum Omar al-Bashir di gareggiare per il Sudan, spiegando a Reuters: “Ho perso la mia famiglia, i miei parenti, e due milioni di persone sono morte in Sud Sudan. Per me rappresentare il Sudan come se nulla fosse sarebbe prima di tutto un tradimento, oltre che una mancanza di rispetto per la mia gente che è morta per la libertà”.

Non è la prima volta che degli atleti gareggiano alle Olimpiadi sotto la bandiera dei cinque cerchi: ai giochi di Mosca del 1980 diversi comitati olimpici nazionali decisero – in una forma di boicottaggio soffice – di competere sotto la bandiera olimpica, mentre nel 1992 gli atleti dell’ex Unione Sovietica (a parte le tre nazioni baltiche Estonia, Lettonia e Lituania) parteciparono ai giochi estivi di Barcellona e a quelli invernali di Albertville sotto lo stesso vessillo e con la denominazione di Squadra Unificata. In quell’edizione il ginnasta bielorusso Vital’ Ščėrba si aggiudicò sei medaglie d’oro, cinque delle quali individuali (record di ori individuali in una singola edizione delle Olimpiadi estive eguagliato da Michael Phelps nel 2008), portandone a casa ben quattro nella sola giornata del 2 agosto. Nel 2000, a Sydney, la bandiera olimpica venne utilizzata per far concorrere ai giochi quattro sportivi (due maratoneti di ambi i sessi, un pugile e un sollevatore di pesi) di Timor Est, allora controllata da un’amministrazione transitoria delle Nazioni Unite, tornata indipendente dall’Indonesia due anni più tardi.

Nel 1992 a Barcellona furono invece 58 atleti di 13 sport diversi a sfilare sotto i cinque cerchi, come conseguenza della guerra in Jugoslavia. Se i neonati comitati olimpici di Croazia, Slovenia e Bosnia Erzegovina furono in grado di mandare rispettivamente quarantuno, trentacinque e dieci atleti, la Macedonia – pur avendo dichiarato l’indipendenza l’otto settembre 1991 – non aveva ancora formato un comitato olimpico e non poté quindi presentare la propria squadra ai giochi. Ciò che rimaneva della Federazione Jugoslava, ormai ridotta a Serbia, Montenegro e Kosovo, non partecipò per via delle sanzioni ONU. Ironicamente, Belgrado era tra le quattro nomination finali quando, nel 1986, si dovette scegliere la città che avrebbe ospitato i giochi del 1992.

Foto: B92

Gli atleti jugoslavi e macedoni furono quindi ammessi sotto la bandiera olimpica e portarono a casa tre medaglie nel tiro, tutte e tre da atleti serbi. La più pregiata fu l’argento di Jasna Šekarić nella pistola ad aria 10 m. La Šekarić chiuse la gara (qualificazioni più finale) a pari punti con la russa Marina Logvinenko, con un 486.4 che valeva anche il record olimpico; fu la migliore prestazione della Logvinenko nella finale – dove recuperò i due punti di scarto che la separavano dalla serba – a valere la differenza tra il gradino più alto del podio e la medaglia d’argento. Jasna Šekarić, sei volte nominata sportiva serba dell’anno, partecipò in tutto a sei Olimpiadi sotto quattro bandiere diverse: nel 1988 regalò all’ultima Jugoslavia unita olimpica un oro e un bronzo, nel 1992 si aggiudicò l’argento sotto il vessillo olimpico; tra il 1996 e il 2004 portò altri due argenti nel medagliere della Serbia e Montenegro, mentre nella sua ultima Olimpiade – Pechino 2008, disputata sotto la bandiera della Serbia – non riuscì a ottenere il podio.

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