Egitto a porte chiuse

Damiano Benzoni

Al 79’ è Mohamed Aboutreika a sbloccare il punteggio: spicca il volo tra due difensori dello Zamalek e colpisce di testa il cross del suo compagno di squadra Abdallah el-Said, mandandolo alle spalle del portiere Abdelwahed el-Sayed. Un gol che decide il derby del Cairo in favore dei rossi dell’al-Ahly, proiettando la squadra “del popolo” in testa al gruppo B della fase a gironi della CAF Champions League (la Coppa Campioni d’Africa) e lasciando lo Zamalek all’ultimo posto del girone, alle spalle del ghanese Berekum Chelsea e del congolese TP Mazembe. Stranamente per uno dei derby più incendiari al mondo, non c’è nessuno a esultare, e il gol di Aboutreika è accolto da un assordante silenzio: per la prima volta in novant’anni di storia, il derby del Cairo è stato disputato a porte chiuse, di fronte a un pubblico composto unicamente di giornalisti, fotografi, commentatori, inservienti e dirigenti sportivi.

Il derby del Cairo è da sempre una questione spinosa sotto il profilo della sicurezza. Il derby, come racconta il giornalista del Guardian James Montague, si disputa ormai da anni sul campo neutro dello Stad el-Qahira el-Dawly, lo stadio internazionale del Cairo e viene officiato da un arbitro straniero per garantire la neutralità del direttore di gara. Negli anni ’70 in un’occasione la violenza del derby portò alla cancellazione dell’intero campionato. La divisione tra al-Ahly e Zamalek è sempre stata una divisione sociale prima che calcistica. L’al-Ahly, fondato nel 1907, porta un nome che significa “la nazionale” e i colori della bandiera pre-coloniale egiziana: imbevuto di spirito nazionalista, rappresentava l’opposizione all’occupazione britannica. Lo Zamalek e la sua maglia bianca furono sempre considerati simboli vicini all’establishment: prima all’occupante britannico, poi alla monarchia di re Fārūq, il cui nome divenne il nome della squadra fino alla rivoluzione del 1952. Come racconta Montague, “nell’angolo rosso ci sono il devoto, il povero e l’orgoglioso; nell’angolo bianco la classe media, liberale e borghese”.

Ad aggravare le cose stavolta, però, c’è il fantasma di quanto avvenuto lo scorso primo febbraio a Port Sa’īd: i padroni di casa dell’al-Masry avevano appena battuto 3-1 l’al-Ahly quando una violenta carica di tifosi armati dell’al-Masry portò alla morte di 79 tifosi. Un evento che ha segnato il calcio egiziano al punto che il ministero dell’Interno ha cancellato tutti i campionati, negando alla federcalcio egiziana il permesso di disputare il campionato 2012-2013 e dando il nulla osta solo alle partite della nazionale e delle due squadre impegnate nella CAF Champions League – rigorosamente a porte chiuse. Secondo James Dorsey di Mideastsoccer la percezione del pubblico di Port Sa’īd è quella di un tentativo sfuggito di mano da parte dei militari di dare una lezione ai militanti della curva per la loro opposizione al regime. Le forze di sicurezza, un’istituzione che non gode di fiducia da parte del pubblico per via del sostegno dato al regime repressivo di Mubarak, avrebbero lasciato che i tifosi dell’al-Masry portassero armi nello stadio e sarebbero rimaste in disparte mentre la curva scatenava l’inferno.

In un momento cruciale per l’Egitto, con un esponente dei Fratelli Musulmani – Mohamed Morsi – come presidente neoeletto e con i militari riluttanti a lasciare il campo della politica e fare ritorno alle proprie caserme, la cancellazione del campionato rientra in un tentativo di disinnescare le curve, ambiente fortemente politicizzato e violento che durante la primavera Araba si è dimostrato un efficace polo organizzativo delle proteste di piazza Taḥrīr, unendo persino gli storici rivali di al-Ahly e Zamalek nell’opposizione al regime di Hosni Mubarak. Il sostegno pubblico per la curva era già in calo prima di Port Sa’īd e ora, con lo stop dei campionati e il rifiuto di ascoltare i suggerimenti dei tifosi dello Zamalek su come ridurre la violenza negli stadi – il governo militare sta effettivamente cercando di mettere all’angolo le tifoserie più politicizzate ed escluderle dal gioco della politica egiziana.

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