L’Olimpiade a ostacoli di Dalma

Damiano Benzoni

È stata la prima atleta femminile a rappresentare l’Arabia Saudita ai Giochi Olimpici giovanili del 2010, vincendo una medaglia di bronzo nella specialità equestre del salto a ostacoli. Non potrà replicare quest’anno, alle Olimpiadi di Londra, nonostante il suo paese abbia appena annunciato l’apertura della squadra olimpica alle atlete femminili dopo diverse pressioni da parte del CIO e di alcune ONG per i diritti umani come Human Rights Watch. A impedire a Dalma Rushdi Malhas (unica atleta donna saudita che avrebbe potuto verosimilmente partecipare a Londra 2012) di staccare un biglietto per la manifestazione olimpica sono i risultati ottenuti, inferiori agli standard di qualificazione, e l’infortunio alla schiena del cavallo Caramell KS, acquistato lo scorso anno in Svezia proprio nel tentativo di partecipare alle Olimpiadi.

Solo altre due nazioni non hanno mai mandato atlete femminili alle Olimpiadi, il Qatar e i Brunei, che però hanno iscritto per i Giochi di Londra anche alcune sportive, mettendo ulteriore pressione sull’Arabia Saudita. Dalma Rushdi Malhas, di origine palestinese e nata in Ohio nel 1992, ha potuto partecipare ai Giochi giovanili del 2010 grazie alla clausola imposta dal CIO secondo cui ogni delegazione doveva includere almeno un’atleta femminile. Resta da chiarire quanto fossero genuine le intenzioni dell’ambasciata saudita nel diramare l’annuncio: con l’ipotesi dell’assegnazione di una wild-card piuttosto remota, l’impressione potrebbe essere quella di una mossa studiata ad hoc per rilassare la pressione del CIO sapendo che, a un solo mese di distanza dalla manifestazione, nessuna atleta è in grado di qualificarsi. L’annuncio arriva però in un quadro piuttosto interessante, a poco più di una settimana dalla morte del settantottenne Nayef bin Abdul-Aziz Al Saud, principe ereditario dello stato saudita e convinto oppositore della partecipazione femminile a eventi sportivi globali.

Secondo James Dorsey di MidEastSoccer, si tratterebbe di un tentativo da parte di re Abdullah di indebolire le posizioni dell’islamismo più radicale e per bilanciare la dipendenza della famiglia reale dal clero islamico, su cui Abdullah deve fare affidamento per contenere eventuali proteste sull’onda delle rivoluzioni della primavera araba. La situazione dello sport femminile in Arabia Saudita è molto critica: secondo il rapporto di Human Rights Watch, nessuno dei 153 club sportivi del paese ammette partecipazione femminile. L’unica società in contravvenzione con il regime è la squadra di pallacanestro femminile del Jeddah United, di proprietà di una azienda privata e non ufficialmente registrata come società sportiva. Le donne in Arabia Saudita stanno lottando anche per altri diritti, oltre a quello di praticare sport, visto che nel paese il sesso femminile non può per legge nemmeno guidare. A febbraio Dalma Rushdi Malhas aveva dichiarato di volersi impegnare per provare che “a tutte le atlete donne di tutto il mondo dovrebbero essere concesse pari opportunità”, in una conferenza stampa dove aveva fatto scalpore anche per la decisione di presentarsi con il capo scoperto, in contravvenzione con i dettami islamici.

Un altro paese religioso, in passato, affrontò le proteste per i pari diritti sul piano sportivo. Quando nel 1997 l’Iran si qualificò alla Coppa del Mondo di calcio per la prima volta dall’insediamento del regime islamico, alle donne era vietato entrare negli stadi. Tre giorni dopo la vittoria decisiva nello spareggio per la qualificazione con l’Australia, la nazionale fa il proprio ritorno trionfale in patria atterrando in elicottero sullo stadio Azadi di Teheran. Cinquemila donne si accalcano ai cancelli dello stadio, rivendicando il loro diritto di festeggiare: “Siamo anche noi parte di questa nazione, e abbiamo il diritto di festeggiare! Non siamo formiche!”. La polizia scorta metà delle donne in un’area dello stadio segregata dal pubblico maschile, nel tentativo di placare la rabbia delle manifestanti, ma le donne rimaste all’esterno caricano la polizia e si fanno strada a forza verso le gradinate. Già nel 1987 l’ayatollah Khomeini si era trovato costretto a diramare una fatwa e concedere alle donne iraniane di assistere alle partite di calcio in TV.

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