La resistenza calpestata di Kiev [Parte I]

Damiano Benzoni

La cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava dubbi: quell’uomo nel caffè in Mykhailivs’ka Vulycja era Mykola Trusevič, il portiere della Dinamo. Era irriconoscibile, persino per un tifoso sfegatato come Iosif Kordik. Magro ed emaciato, zoppicante, vestito di stracci, sporco e non rasato, l’unico indizio che rendeva riconoscibile il portiere era proprio quella cicatrice, procurata in uno scontro di allenamento contro il cognato e compagno di squadra Josyf Livshitz. Nel vedere in quello stato il grande Trusevič, l’ispiratore della storica vittoria 6-1 della Dinamo Kiev sul Red Star Olympic di Parigi, Kordik decise di invitarlo al suo tavolo e offrirgli un pranzo. Uscito dal campo di prigionia della Darnica e diviso da moglie e figlia, rifugiatesi ad Odessa, Trusevič viveva di stenti sotto la sempre presente minaccia di essere arrestato, deportato come schiavo in Germania o giustiziato.

L’Ucraina era stata occupata dai nazisti il 22 giugno 1941, all’inizio dell’Operazione Barbarossa, il giorno in cui la Dinamo Kiev doveva inaugurare il nuovo Stadio della Repubblica Stalins’kyj Respublikans’kyj Stadion, l’odierno Stadio Olimpico della capitale ucraina. Kiev fu bombardata fin dal primo giorno dell’invasione e nel mese di settembre fu raggiunta dalle truppe della Wehrmacht: l’Armata Rossa, con poca esperienza (i migliori ufficiali erano stati purgati da Stalin) e scarso equipaggiamento, era stata falciata attacco dopo attacco dai tedeschi, senza riuscire a opporre resistenza. Ben più efficace fu la resistenza partigiana per le strade di Kiev, cui parteciparono distinguendosi alcuni dei giocatori della Dinamo. I calciatori erano stati trattenuti nella capitale, mentre le loro famiglie si rifugiavano a Odessa, nelle retrovie: alla richiesta di unirsi ai propri cari nella fuga il presidente dell’NKVD locale, Lev Varnavskyj, aveva accusato i giocatori di codardia. Varnavskyj morì suicida il giorno stesso in cui le truppe di Hitler fecero il proprio ingresso a Kiev. Tra i giocatori che si distinsero nei combattimenti in difesa della città vi furono le mezzali Mykola Mahynja, fervente stalinista, e Konstantin Ščegods’kij, oltre a Trusevič. Kiev si arrese il 19 settembre 1941. I tedeschi fecero oltre seicentomila prigionieri di guerra, tra cui Mahynja e un malmesso Trusevič. Ščegods’kij, che era riuscito a lasciare la capitale per continuare a combattere nelle retrovie, si era separato dal portiere il giorno prima, dopo averlo incontrato fortuitamente allo stadio: anch’egli l’aveva riconosciuto unicamente grazie alla cicatrice sulla guancia. Mentre i nazisti fucilavano quasi 34 mila ebrei in due soli giorni presso le rovine di Babyn Jar, Trusevič e gli altri giocatori presi come prigionieri di guerra lottavano per la sopravvivenza nel campo di detenzione della Darnica. Per poter tornare a Kiev, furono costretti a firmare una dichiarazione di lealtà al regime nazista. Nel 1942 Kiev contava quattrocentomila abitanti. Tre anni dopo ne sarebbero rimasti vivi solamente ottantamila.

Iosif Ivanovič Kordik era un ceco della Moravia, nato nell’Impero Austro-Ungarico, e aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale per gli Asburgo. Ferito in combattimento, era stato costretto dagli eventi a rifugiarsi a Kiev, dove rimase per il resto della sua vita. Sfruttando la sua conoscenza perfetta del tedesco, modificò il proprio patronimico da Ivanovič a Jorganovič, mentì riguardo il proprio luogo di nascita e, dichiaratosi austriaco, ottenne di farsi riconoscere come Volksdeutsche, una delle quattro classi in cui i tedeschi stratificarono la società dell’Ucraina dopo l’occupazione. Il vertice della piramide era rappresentato dai Reichsdeutsche, i tedeschi del Reich, soldati e amministratori con poteri pressochè infiniti, che conducevano uno stile di vita di gran lunga superiore a quello del resto degli abitanti della città. I Volksdeutsche erano cittadini di provenienza tedesca che già si trovavano a Kiev, a cui fu concesso il privilegio di poter gestire attività: Kordik si trovò a dirigere l’importante panificio cittadino per cui lavorava. I cittadini ucraini, nonostante avessero generalmente rigettato il bolscevismo che aveva oppresso l’Ucraina sotto il pugno di ferro di Stalin, erano considerati schiavi da far lavorare fino allo stremo in condizioni inumane. Ancora peggiore era la situazione di coloro che erano considerati nemici del Reich: membri del Partito Comunista, ufficiali di polizia o individui che avessero prestato servizio nei combattimenti a difesa della città. Tra i nemici del Reich, tenuti sotto costante sorveglianza, vi erano i giocatori della Dinamo, la squadra che, nella rigida struttura sportiva sovietica, faceva capo all’NKVD, la polizia segreta. Anche se si trattava solo di un modo di poter essere tesserato e poter giocare per una squadra prestigiosa (la Dinamo Kiev dall’inizio del Campionato Sovietico nel 1936 aveva ottenuto un secondo e un terzo posto), ogni giocatore era un dipendente del Ministero degli Interni.

Kordik era un appassionato di sport: avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutare il suo campione, Trusevič, e per averlo al suo fianco. Approfittando dei privilegi dovuti al suo stato di Volksdeutsche, si offrì di assumere Trusevič nel suo panificio. Il portiere aveva lavorato per vent’anni come ingegnere panificatore, ma dovette accettare un posto come inserviente, con la mansione di spazzare il cortile della fabbrica: le leggi naziste gli impedivano, essendo un nemico del Reich, di tornare a esercitare la sua vecchia professione. Kordik non era spinto unicamente dall’altruismo: appassionato di sport, voleva circondarsi di figure che avessero avuto un certo prestigio sportivo e fornire ai propri dipendenti, attraverso lo sport, una valvola di sfogo perchè producessero di più e lavorassero meglio. Fu così che Kordik chiese a Trusevič di andare in cerca dei suoi vecchi compagni, per formare una squadra di calcio del panificio: i giocatori assunti avrebbero così ottenuto un posto per dormire, qualcosa da mangiare e una piccola protezione dalle angherie del Reich. Il portiere, personaggio carismatico dello sport ucraino, riuscì ad allestire la squadra nella primavera del 1942, partendo dall’ala Makar Hončarenko. All’arrivo dei nazisti, Hončarenko si era adoperato per conservare la propria divisa e i propri scarpini: nazismo o comunismo, la sola cosa che gli importava era la possibilità di giocare a calcio. Hončarenko accettò entusiasticamente la proposta di Trusevič: si mise in contatto con il difensore Mychajlo Svyrydovs’kyj e col centravanti Ivan Kuz’menko e iniziò ad aiutare il suo vecchio compagno di squadra nel reclutamento. Ai vecchi giocatori della Dinamo si unirono anche Vasyl’ Sucharjev, Volodymyr Balakin e Mychajlo Mel’nyk, del Lokomotyv Kiev, la seconda squadra della capitale ucraina.

Nel frattempo Kiev cercava di resistere come possibile all’occupazione tedesca: organizzazioni clandestine cercavano di mantenere alta la speranza degli abitanti della città e, in alcuni casi, ne organizzavano la fuga verso i territori ancora sotto il controllo dei sovietici. I tedeschi non erano riusciti a piegare lo spirito degli ucraini e, per sottomettere Kiev, dovettero affidarsi alla propaganda. E al calcio: quale migliore mezzo di propaganda poteva plasmare il cuore e le menti degli ucraini e renderli più arrendevoli al regime nazista? Fu così che i tedeschi organizzarono allo Stadio della Repubblica una partita tra la squadra di un’unità dell’esercito tedesco e una squadra ucraina chiamata Ruch. La Ruch era stata fondata da Heorhyj Ščvecov, ex calciatore del Lokomotyv divenuto fervente collaborazionista del regime nazista. La sua speranza, simile a quella di Kordik, era di attrarre nella sua squadra la crema del calcio ucraino, ma il livello dei giocatori della Ruch era molto inferiore a quello che Ščvecov si illudeva di attirare. L’aperto collaborazionismo della squadra nei confronti dei nazisti non aiutava certo a rendere l’iniziativa più popolare. In compenso l’ex-Lokomotyv, divenuto allenatore-giocatore della Ruch e giornalista sportivo per il giornale collaborazionista Nove Ukraïns’ke Slovo, riuscì a convincere le autorità tedesche a riorganizzare il campionato ucraino di calcio. La nuova stagione calcistica di Kiev avrebbe avuto il suo calcio d’inizio il 7 giugno 1942.

[I – Continua] [Ascolta la storia su Radio 24]

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