Ovali, colpi di stato, attentati e apartheid

Damiano Benzoni

Il 22 maggio 1987, esattamente venticinque anni fa, Grant Fox calciava l’inizio di Nuova Zelanda – Italia, la prima partita nella storia della Coppa del Mondo di rugby. Gli All Blacks padroni di casa si imposero per 70-6 anche grazie a uno storico coast-to-coast di John Kirwan. Parteciparono sedici squadre: Italia, Romania, Figi, Tonga, Giappone, Stati Uniti, Canada, Argentina e Zimbabwe, oltre a sette degli otto membri che allora componevano l’IRFB (International Rugby Football Board). Erano infatti presenti Francia, Nuova Zelanda, Australia, Inghilterra, Galles, Irlanda e Scozia; fu escluso il Sudafrica, che subiva un embargo sportivo per via del regime suprematista afrikaner dell’apartheid. La Nuova Zelanda avrebbe poi messo le mani sul primo titolo iridato battendo la Francia in finale e dimostrando di essere, almeno in quel periodo, la squadra più forte del mondo. Eppure gli All Blacks si erano avvicinati alla Coppa del Mondo in uno dei periodi più bui della propria storia e la stessa competizione, destinata a diventare uno dei maggiori spettacoli sportivi mondiali e una macchina per soldi e sponsor invidiabile, dovette affrontare non poche difficoltà nei mesi precedenti al calcio d’inizio di Grant Fox.

“Eravamo andati a giocare a Canterbury. A fine partita tornammo negli spogliatoi e, improvvisamente, tutti i giocatori più vecchi si erano lavati e vestiti e, prima che potessimo accorgercene, se ne erano andati. Erano andati a Christchurch, e da lì partirono per il Regno Unito in rotta per il Sudafrica”, ricorda il tallonatore Sean Fitzpatrick. Stava iniziando uno dei periodi più controversi nella storia degli All Blacks: i giocatori organizzarono una squadra slegata dalla New Zealand Rugby Football Union, i Cavaliers, per aggirare il divieto da parte della Corte Suprema neozelandese a giocare partite in Sudafrica – una delle misure di boicottaggio contro il regime dell’apartheid. La reazione del pubblico fu feroce e quelli che fino al giorno prima erano gli idoli della nazione vennero additati come traditori e vennero sospesi per due partite dalla nazionale. Anche da altri campi si levarono proteste, al punto che lo Zimbabwe minacciò di non mandare la propria squadra al Mondiale se la Nuova Zelanda avesse convocato i giocatori della tournée dei Cavaliers.

Al posto dei giocatori sospesi l’allenatore Brian Lochore fu costretto a schierare nei due test match una squadra composta di giovani talenti e capitanata dal mediano di mischia David Kirk, che aveva rifiutato di partecipare al tour in Sudafrica: i Baby Blacks stupirono il mondo sconfiggendo la Francia 18-9 e perdendo di poco il successivo test contro l’Australia. Al reintegro dei giocatori “ribelli” il clima nella squadra era uno dei più tesi, eppure il ricambio generazionale forzato dalla squalifica dei Cavaliers e la sensazione di doversi riscattare di fronte agli occhi di un’intera nazione contribuirono all’affermazione degli All Blacks durante la Coppa del Mondo. Il 20 giugno 1987 fu proprio David Kirk – nominato capitano dopo l’infortunio del tallonatore Andy Dalton e anche grazie al rispetto che si era guadagnato per il suo rifiuto di unirsi ai Cavaliers – a sollevare per primo la William Webb Ellis Cup.

La questione sudafricana potrebbe anche essere alla base della poco chiara esclusione dell’Unione Sovietica, anche se non è nemmeno certo che l’URSS abbia effettivamente ricevuto un invito ufficiale. Il rugby sovietico si era affermato come una forza importante negli anni ’80, grazie a un approccio scientifico e innovativo all’apprendimento del gioco e alla preparazione fisica, tipico dei paesi del blocco orientale, e a un patrimonio atletico fuori dal comune. Resta da chiarire quindi perché l’URSS non abbia partecipato: si parla di un invito rifiutato nel caso avesse partecipato il Sudafrica dell’apartheid e poi non rinnovato, di pretese economiche esagerate da parte della federazione moscovita o di un’esclusione dettata dal fatto che l’URSS non aveva mai disputato nemmeno una partita contro nessuna delle otto federazioni dell’IRFB. Il posto dell’Unione Sovietica fu preso dallo Zimbabwe, ma la federazione esclusa organizzò una serie di due test nella nazione africana con l’obbiettivo di dimostrare di essere migliori dell’ex Rhodesia. I sovietici vinsero il primo scontro 31-9 grazie alla propria fisicità, mentre gli zimbabuani reagirono serrando i ranghi e rispondendo alle provocazioni nella seconda partita, vinta 26-19 anche grazie al ricorso alla famosa giocata “99” ideata dal capitano dei Lions del 1974 Willie John MacBride: alla prima scorrettezza di un sovietico, tutti i quindici giocatori dovevano attaccare e colpire l’avversario più vicino a disposizione.

La politica sgambettò anche la nazionale irlandese (che comprende oltre ai giocatori della Repubblica anche quelli delle sei contee nordirlandesi) quando un attentato della Provisional IRA risultò nel ferimento di tre giocatori. Nigel Carr, Philip Rainey e David Irwin stavano attraversando la frontiera a Kileen per recarsi a un allenamento della nazionale a Dublino quando la loro vettura fu investita dall’esplosione di una mina radiocomandata, detonata per uccidere il giudice nordirlandese lord David Gibson e la moglie mentre effettuavano il cambio della scorta per attraversare il confine. David Irwin e Philip Rainey si sarebbero ripresi in tempo per partire per la Nuova Zelanda, ma l’attentato segnò la fine della carriera rugbistica di Nigel Carr.

L’ultimo inciampo dell’edizione inaugurale della Coppa del Mondo avvenne in mezzo al Pacifico il mattino del 14 maggio 1987, a una settimana dall’inizio della competizione. Il colonnello Sitiveni Rabuka, ex pilone della squadra dell’esercito figiano e due volte nazionale, fece irruzione con una squadra di uomini mascherati e armati nel palazzo del Parlamento figiano a Suva, per invalidare l’elezione del primo ministro Timoci Bavadra. Il colpo di stato si svolse senza spargimenti di sangue: i parlamentari lasciarono l’edificio senza opporre resistenza, anche se i golpisti si sarebbero macchiati nei giorni seguenti di torture e pestaggi. Una rivista australiana di geopolitica, il Pacific Defence Reporter, titolò Rabuka attraversa il Rubicone. Con le linee telefoniche interrotte e i voli bloccati sulle piste di decollo dell’aeroporto di Suva per via del golpe, l’organizzazione della Coppa del Mondo cominciò a organizzare un piano B, allertando le Samoa Occidentali nel caso la nazionale delle Figi non si fosse presentata. L’allenatore George Simpkin ottenne dal colonnello Rabuka la garanzia personale che sarebbe stato disposto un volo perché la squadra potesse raggiungere la Nuova Zelanda. Il resto del mondo ignorava però il destino della squadra: fu un giornalista del Fiji Times – Sri Krishnamurthi – a fare da ponte tra Simpkin e la NZRFU attraverso un collega giornalista di Auckland e a permettere alla nazionale figiana di confermare la propria presenza.

3 pensieri su “Ovali, colpi di stato, attentati e apartheid

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...