90 anni nel nome di Spartaco [Parte II]

Simone Pierotti

[prosegue dalla prima parte]

L’opportunità si presenta pochi anni dopo la fondazione dello Spartak. Antefatto: la squadra viene chiamata il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura fisica, per un’esibizione nella Piazza Rossa di fronte ai vertici del partito. È previsto che la partita contro la squadra riserve dello Spartak duri non più di mezz’ora, ma la contesa viene prolungata a 43 minuti, giacché Stalin in persona pare davvero divertito dallo spettacolo offerto. L’odio di Berija verso lo Spartak, invece, s’inasprisce. Il presidente onorario della Dinamo coglie l’attimo nel 1942, quando ordina l’arresto di Nikolaj Starostin dietro l’accusa di aver complottato per l’assassinio di Stalin sei anni prima. Berija non aveva una prova più convincente di una foto, rinvenuta nell’abitazione di Starostin, che mostra la squadra dello Spartak mentre passa vicino a Stalin a bordo di una macchina a forma di scarpa da calcio.

Eppure è sufficiente a condannare tutti i fratelli Starostin a dieci anni nei GULag, all’epoca da considerarsi quasi un’assoluzione, come scrive Simon Kuper in Calcio e potere. Berija non sta semplicemente imprigionando quattro uomini: quei fratelli sono il simbolo dello Spartak, l’unica indipendente tra le grandi squadre, sostenuta da milioni di sovietici. Grazie alla sua fama di giocatore più popolare nell’URSS, Starostin gode di una sorta di immunità negli anni passati in carcere e in ogni GULag viene impiegato come allenatore – ironicamente, per le varie Dinamo sparse in tutta l’Unione Sovietica e facenti capo al NKVD di Berija. Tutti ascoltano attentamente i suoi racconti epici e il calcio finisce per diventare davvero un’oasi felice per quanti si ritrovano il regime alle calcagna.

Tuttavia, questo è il lato romantico della storia. Come Jonathan Wilson racconta in Behind the curtain, Nikolaj aveva sicuramente rapporti cordiali con le autorità calcistiche del paese e probabilmente il motivo della sua incarcerazione è da ricercarsi in un reato di frode. Una volta conclusi gli anni del terrore nel 1953 con la morte di Stalin e la fucilazione di Berija, gli Starostin vengono rilasciati e tornano a Mosca. Nikolaj riprende le redini dello Spartak e ne fa una delle squadre più vincenti nell’Unione Sovietica. I biancorossi conoscono anche l’onta della prima retrocessione nel 1976, ma ritornano immediatamente nella massima serie sotto la severa guida di Konstantin Beskov, sergente di ferro che diventa il principale antagonista di Valerij Lobanovskij negli anni Ottanta.

È proprio nella successiva decade che la gloriosa storia dello Spartak si macchia di sangue. La squadra affronta gli olandesi dell’HFC Haarlem nei trentaduesimi di finale della Coppa UEFA: è il 20 ottobre 1982 e si gioca l’andata nello stadio Lenin, oggi Lužniki. Giacché si presentano solo 10mila tifosi in una notte gelida, le autorità decidono di sistemarle in un unico settore. Passato in vantaggio, lo Spartak raddoppia nei minuti finali, mentre alcuni tifosi lasciano gli spalti e si avvicinano all’uscita. Non appena sentono il boato della folla, fanno marcia indietro ma si scontrano con altri sostenitori che camminano nel senso opposto. La polizia non apre altre vie d’uscita, il gruppo rimane strizzato in uno spazio ristrettissimo: molti tifosi barcollano nell’oscurità, sulle lastre di ghiaccio, i corpi si calpestano mortalmente a vicenda. I rapporti ufficiali parlano di 66 vittime, ma molti altri garantiscono che quella cifra è assai più alta. La strage non viene divulgata pubblicamente fino agli anni della perestrojka e della glasnost’ e solo nel 1990 un monumento alla memoria viene collocato fuori dello stadio.

La decade aperta con l’invasione dell’Afghanistan e finita con la caduta del muro di Berlino, tuttavia, viene caratterizzata anche da un buffo episodio. È il 1988 e il giornale sovietico Izvestija scrive che lo Spartak sta trattando l’acquisto nientemeno che di Diego Armando Maradona per sei milioni di dollari. Più tardi il giornale ammette che la storia, pubblicata il 1° aprile, non era vera.

La fine dell’Unione Sovietica sembra coincidere una nuova era per il calcio in Russia. Eppure, lo Spartak continua a dominare la scena e vince nove titoli su dieci dal 1992 al 2001. L’allenatore Oleg Romancev, chiamato a sostituire Beskov nel 1988, si rivela ben presto croce e delizia della squadra. La sua avventura inizia con il lancio di giocatori di talento quali Egor Titov e Valerij Karpin e con l’accesso dello Spartak nella prestigiosa Champions League (nel 1995/96 la squadra chiude addirittura a punteggio pieno la fase a gironi). Sembra davvero il successore ideale degli Starostin, vuoi per i successi, vuoi per la devozione alla squadra. Invece, un primo campanello d’allarme suona quando assume la carica di presidente e azionista di maggioranza della società, in modo da non poter essere esonerato.

I problemi proseguono con la controversa cacciata di due uomini chiave come Il’ja Cymbalar’ e Andrej Tichonov. Commissario tecnico della nazionale allo stesso tempo, Romancev accumula un potere assoluto che gli sfugge di mano e la squadra affonda assieme a lui. L’alcool diventa più di un semplice vizio, i rapporti con la stampa peggiorano e finisce addirittura per scartare un certo Jurij Žirkov. Nel 2003 il nuovo proprietario Andrej Červičenko lo scarica, mentre lo scandalo doping coinvolge Titov – in alcuni suoi campioni vengono trovate tracce di bromantan, uno stimolante usato dai soldati sovietici ai tempi dell’invasione in Afghanistan – ed altri giocatori: il declino inizia inesorabile.

Tutt’oggi, lo Spartak è ancora all’asciutto di trionfi, a causa dell’emergere di nuove potenze come lo Zenit San Pietroburgo, il CSKA Mosca e il Rubin Kazan’, sostenuti dai nuovi magnati russi. La squadra, divenuta nel frattempo “istituzionale e ostentratice” secondo il giornalista Igor Rabiner, sembra aver smarrito la sua anima libera. Oggi è finanziata dal colosso petrolifero Lukoil e uno dei suoi azionisti, Leonid Fedun, è l’attuale presidente della squadra. In campo giovanile, lo Spartak ha collezionato qualche presenza al Torneo di Viareggio, dove non è andato oltre i quarti di finale, ma ha messo in mostra talenti come il nazionale georgiano Jano Ananindze, l’attuale capitano Sergej Paršivljuk e i vari Sergej Bryzgalov, Soslan Gatasov e Aleksandr Kozlov, tutti in prima squadra. Di buono, poi, c’è che lo Spartak riuscirà ad abbandonare il Lužniki, troppo legato al ricordo della tragedia del 1982, e trasferirsi in un nuovo stadio dopo anni di resistenze del consiglio comunale moscovita. A dispetto di tutte queste vicissitudini, i tifosi non fanno mancare il sostegno ai propri beniamini, che rimangono dopo tutto la “squadra del popolo”. E, come era solito dire Starostin nei momenti difficili, “tutto è perduto fuorché l’onore”.

Un pensiero su “90 anni nel nome di Spartaco [Parte II]

  1. Non so cosa racconti questo Jonathan Wilson, ma il reato di frode, precisamente quello di avere sottratto un carro ferroviario carico di materie prime da utilizzare per produrre materiale sportivo, fu la seconda accusa mossa agli Starostin e agli altri spartakovcy arrestati insieme a loro, quando l’accusa di aver organizzato l’attentato a Stalin si dimostrò insostenibile. Anche questa seconda accusa decadde quando il vagone fu ritrovato intatto in una stazione merci perfierica di Mosca dove era finito per errore (ricordiamo che era tempo di guerra). Allora fu solelvata l’accusa di propaganda dello sport borghese e di pagamento dei giocatori (cosa che in realtà avveniva con permesso delle autorità): gli accusati confessarono perché la considerarono giustamente il male minore (assolti non sarebbero mai usciti). Fu così che gl Starostim si presero 10 anni di gulag e gli altri accusati (che erano calciatori dello Spartak e cognati degli Starostin) se non sbaglio 8 anni.

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