90 anni nel nome di Spartaco [Parte I]

 Simone Pierotti

V Rossii netu chot ty tresni komandy lučše Krasnoj Presni!
“In Russia anche a crepare squadra migliore della Krasnaja Presnja non puoi trovare!”
(epinicio futurista di Vladimir Majakovskij)

Non vince un campionato da oltre dieci anni, eppure rimane ancor oggi la squadra più popolare del paese. Di più: la “squadra del popolo”, come sono soliti chiamarla dagli anni ’30 i suoi tifosi. Probabilmente, molti politici venderebbero l’anima al diavolo pur di raggiungere lo stesso consenso dello Spartak Mosca, che celebra oggi 90 anni di attività contrassegnati da 12 titoli sovietici e nove campionati russi. Lo Spartak non è una squadra qualunque. Il fatto che vanti il maggior numero di tifosi in Russia è da ricercarsi nelle sue origini, che risalgono agli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d’Ottobre. A differenza delle altre principali squadre dell’allora Unione Sovietica, infatti, lo Spartak non è mai stato legato in nessun modo al regime.

Il calcio viene introdotto in Unione Sovietica negli anni Settanta del XIX secolo: il merito, manco a dirlo, è di alcuni marinai britannici che prendono a calci un pallone sulle banchine dei porti di San Pietroburgo e Odessa. Inizialmente il gioco fatica ad attecchire: molti lo dipingono ancora come uno sport borghese. Più tardi, però, le classi dirigenti si rendono conto dell’importanza dello sport come mezzo di controllo sulle masse e così ogni apparato dello Stato inizia a creare la propria squadra di calcio – il CSKA in rappresentanza dell’esercito, la Dinamo della polizia segreta, il Lokomotiv del sindacato dei ferrovieri.

Lo Spartak, invece, è l’unica squadra la cui fondazione non viene imposta dall’alto. Anzi, a dargli vita agli inizi del 1922 è un gruppo di appassionati di pallone che proviene dalla Presnja, un quartiere popolato da famiglie operaie. Fino al definitivo avvento del calcio il loro passatempo preferito consiste in una serie di combattimenti lungo la Moscova gelata contro i coetanei del vicino quartiere Dorogomilovo, come racconta Mario Alessandro Curletto nel suo libro Spartak Mosca – Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin. I primi campionati metropolitani vengono istituiti nelle principali città e in breve tempo il calcio diventa l’attività più praticata dai ragazzi della Presnja. Sono loro i principali protagonisti dei ruvidi incontri di dikji futbol (“calcio selvaggio”), disputati nei sobborghi della capitale, che incarnano la crescente popolarità del pallone al di fuori dei confini istituzionali.

La Rivoluzione d’Ottobre porta con sé una più facile accessibilità agli sport anche per le classi sociali meno abbienti, rimaste escluse sino ad allora per motivi economici. Capitanati da Ivan Artem’ev, stella del calcio moscovita, i giovanotti della Presnja si spingono oltre e decidono di formare una nuova polisportiva. Una volta vinte le resistenze del locale Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista, il gruppo raccoglie il denaro necessario per la costruzione del campo da gioco. La società viene finalmente formata con il nome di MKS (Moskovskij Kružok Sporta, “Circolo Sportivo Moscovita”) e disputa la sua prima, storica partita il 18 aprile 1922. Tra i giocatori di quegli anni pionieristici compaiono quattro ragazzi destinati a divenire il simbolo della squadra: si tratta dei fratelli Starostin – Nikolaj, Aleksandr, Andrej e Pëtr. Nikolaj, il più grande, è diventato il capofamiglia in seguito alla morte del padre nel 1920. Per mantenere madre e fratelli gioca a hockey su ghiaccio in inverno e a calcio d’estate: in seguito sarà il capitano di entrambe le nazionali sovietiche.

La squadra, presto ridenominata Krasnaja Prensja (“Presnja Rossa”), inizia a raccogliere un gran seguito anche al di fuori di Mosca e si trasferisce in un nuovo stadio da 10mila posti. Frattanto, tra il 1923 e il 1926, il calcio viene rivoluzionato dal Partito Comunista: solo le squadre legate ad aziende o enti governativi territoriali sono riconosciute. La Krasnaja Presnja passa sotto la direzione del Komsomol e viene finanziata dagli alimentaristi: successivamente cambia nome in Piščeviki e, ancora, Promkooperacija. Il vero cambiamento epocale avviene nel 1935. La squadra di calcio diventa parte di una società sportiva ancor più grande e, soprattutto, cambia definitivamente denominazione: sono gli Starostin a ribattezzarla Spartak. Andrej racconterà che il nome fu scelto in onore di Spartaco, il condottiero della rivolta degli schiavi contro Roma, giacché Nikolaj scorse la copertina di un libro del garibaldino Raffaele Giovagnoli dedicato all’eroe della Tracia. Il fratello maggiore, invece, affermerà che il nome gli ricordava di una struttura dove fu ospitato ai tempi di una tournée in Germania. La squadra adotta una maglia rossa con una striscia orizzontale bianca.

Emigrato nuovamente in una nuova struttura all’interno del complesso della Tarasovka, lo Spartak diventa in via definitiva la “squadra del popolo”. Non solo è l’unica grande del calcio sovietico slegata dalla classe dirigente: il suo nome ha un retrogusto rivoluzionario. Tifare Spartak, in quegli anni, significa odiare gli apparati statali e nell’Unione Sovietica il calcio è forse l’unica attività che riesce a sfuggire alle imposizioni del regime. Ben presto l’undici moscovita si guadagna il sostegno della classe operaia e le antipatie dei dirigenti delle squadre avversarie. Il più fiero oppositore è Lavrentij Berija che, in qualità di capo della polizia segreta, è il presidente onorario della Dinamo Mosca. Leggenda narra che, da giovane, abbia giocato a Tbilisi contro Nikolaj Starostin: incapace di fermarlo, si ripromette di vendicare quell’onta non appena se ne presenterà la possibilità.

[I-Continua]

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