Diritto e responsabilità di cronaca

 Damiano Benzoni

Sabato pomeriggio un ragazzo di venticinque anni si è accasciato al suolo per un malore e ha perso la vita mentre giocava a calcio, mentre svolgeva la sua professione. Non mi sento di trarre discussioni e sindacare su quanto accaduto, sull’opportunità o meno di avere il defibrillatore a bordo campo, sul carico di partite annuo dei calciatori, su quanto debbano essere approfonditi e frequenti gli esami per l’idoneità all’attività sportiva (esami a cui mi sono sottoposto fino allo scorso anno, per poter giocare a rugby). Non voglio nemmeno discutere sulla macchina dei vigili parcheggiata dove non doveva essere. Non dovrebbe servire il malore di un calciatore per farci riflettere sul malcostume, non solo dei vigili, ma di una buona parte della nazione, di parcheggiare su marciapiedi, ingressi, passi carrabili, piste ciclabili, prevaricando diritti e necessità altrui. Su un aspetto di questa storia, però, non riesco a esimermi dal mettere il becco.

Domenica mattina Il Piccolo è uscito ostentando in prima pagina il corpo esanime di Morosini, gli occhi girati e un soccorritore chino su di lui. La versione online di Repubblica ha optato per una homepage affatto sobria e discreta, con video delle “urla dei compagni di squadra” e la fotosequenza del crollo in campo del giocatore. Non ci sono mezze misure: questa pratica si chiama sciacallaggio ed è una violazione e un abuso del diritto di cronaca. Non è una novità, ne ha già parlato efficacemente, in occasione della morte di Wouter Weylandt al Giro d’Italia, il mio amico Massimo Brignolo. E non è una pratica solo dei giornalisti sportivi (provate a pensare ai servizi visti tre anni fa in occasione del terremoto de L’Aquila), né solo italiana (come testimoniano le immagini dei servizi interni di L’Équipe, El Mundo Deportivo e Marca – il sempre criticabile Sun ha avuto una volta tanto la sensibilità di non mostrare la morte). Certo è solo l’ennesima occasione per riflettere e renderci conto che la tanto pretesa libertà di informazione non può funzionare se non associata al concetto di responsabilità dell’informazione. Un concetto che parte dal buon senso del rispetto del dolore e della dignità e che si ramifica in implicazioni ben più importanti, come la tendenza del pubblico ad accettare per buono tutto quello che gli viene offerto dai media. Come si chiede Emanuele Menietti sul suo blog, commentando la homepage di Repubblica, “il problema è chi mette insieme una cosa simile, o chi ci clicca sopra?”.

Stamattina ho approfittato della rassegna stampa di domenica de Il Post per rendermi conto di quanto questa pratica sia diffusa. Oltre a Il Piccolo, anche Il Tempo, Il Messaggero Veneto e Il Mattino hanno pubblicato immagini che, personalmente, ho trovato lesive della riservatezza e della dignità di Morosini. Leggermente meno morbose le copertine di Il Tirreno, Il Secolo XIX, La Stampa, La Repubblica, Corriere dello Sport – Stadio e Il Centro che, pur non mostrando immagini eccessivamente scabrose, hanno comunque voluto mostrare la morte, nello specifico i soccorsi che cercavano di rianimare il giocatore. Di coloro che hanno deciso di aprire con la notizia della morte del calciatore, gli unici che hanno deciso di non mettere il cadavere in prima pagina sono stati Tuttosport e La Gazzetta Sportiva – che hanno utilizzato la stessa immagine di Morosini sorridente – e soprattutto Il Corriere della Sera: il quotidiano di via Solferino ha dimostrato che non serve urlare per farsi sentire, ma che basta un’immagine sottovoce e discreta, ma scelta con cura, per fare cronaca.

2 pensieri su “Diritto e responsabilità di cronaca

  1. è il problema generale della pornografia: richiede dosi sempre più alte e pratiche sempre più estreme per essere interessante. Purtroppo la stampa, invece di forgiare l’opinione pubblica, la insegue, e il risultato è una corsa verso il fondo del barile.

  2. E’ si vergognoso, ma a tutta questa gente non interessa particolarmente la morte di un ragazzo, interessa vendere un giornale, è sempre stato così. Questo scandalizza, ma non stupisce.

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