Il gigante e il terremoto

Foto: SnapTheWorld

Nel luglio 2009, pochi mesi dopo il terremoto del 6 aprile, visitai un ex compagno di squadra aquilano e fui suo ospite. Francesco mi diede l’opportunità di parlare con Fulvio Di Carlo, colonna tra gli anni ’70 e ’80 de L’Aquila Rugby e della nazionale. Ne uscì il seguente articolo, che venne pubblicato sul numero 1 di Pianeta Sport. Oggi, a tre anni dal sisma, ve lo ripropongo.

Damiano Benzoni, luglio 2009

È la loro storia a tenerli in vita. La possibilità di raccontarla, di essere ascoltati. Sentire di non esser stati dimenticati e di esistere ancora. Di non essere rimasti, anche loro, sotto le macerie. La scossa tellurica è stata solo il placcaggio più duro, i trentasette secondi di ribellione in cui la terra ha sprigionato tutta la sua cattiveria. Il vero terremoto, però è ora. È il trovarsi a vagare in una città imprigionata da transenne e camionette, una città le cui mura sembrano volersi ripiegare sulla tua testa. Trovarsi a lottare con le unghie e con i denti per non perdere la propria identità, a urlare a pugni stretti per farsi sentire, perché la gente non si dimentichi di te, lasciandoti solo con quel cumulo di macerie che è la tua città. È la quotidiana battaglia per non mollare, per non lasciarsi andare, per non abbandonarsi sulle proprie rovine.

Si convive con le scosse, ancora forti, con il bisogno disperato di rialzarsi, di vedere la propria città rivivere, finalmente. La partita è dura e lunga, e la gente vive aspettando un fischio finale che, a distanza di tre mesi, ancora non riesce a sentire vicino. Ancora scosse, ancora vita precaria. Gli aquilani vedono la propria città spopolarsi, in quella che è una vera e propria diaspora abruzzese. Gli amici partono a cercare fortuna, i vecchi nelle tendopoli si lasciano morire, qualcuno, disperato, si arrende e si toglie la vita. Gli altri restano, attaccati con le unghie a questa terra che, ancora inquieta, non concede tregua.

Fulvio Di Carlo è una montagna, come si conviene a uno che ha passato una vita tra prima, seconda e terza linea. Dietro al taglio sottile degli occhi scintillano l’interesse e la curiosità di un bambino. È un ingegnere e ne va orgoglioso, per via dell’atteggiamento che essere ingegnere gli ha donato: “Un ingegnere, di fronte a qualsiasi problema, pensa come prima cosa a come risolverlo. Magari non sa da dove cominciare, ma sa che in qualche modo si fa”. Dorme a Roio, in mezzo alla polvere, e ha paura di ammalarsi, paura di rassegnarsi. Quando inizia a parlare non riesce a nascondere quel velo di tristezza e paura. Lontano dalla famiglia, sfollata a Pescara, fuori dalla sua casa pericolante. Beve un bicchiere di Genziana e parla, e parlando si rivitalizza, pian piano: è la sua storia che gli da nuova linfa, che rinfranca le sue energie.

E Fulvio è un gigante che non riesce a nascondere le sue emozioni. Parla di quello che per lui è il vero problema: la perdita della possibilità di essere aquilani. “La perdita di certi valori: l’amore per l’architettura de L’Aquila, per il paesaggio de L’Aquila, per il rugby”. E racconta che, se dovesse dire cos’è stato il terremoto per lui, lo descriverebbe come una specie di vento. Difficile e breve la convivenza in tendopoli: russa troppo forte. Alle quattro del mattino uno lo scuote: “Tu hai dormito fino ad ora, adesso fai dormire un po’ noi!”. E Fulvio si incammina per le vie de L’Aquila, senza rotta e senza meta. E finisce per ritrovarsi nei luoghi che frequentava da bambino: “In questi momenti uno vorrebbe tornare nel ventre della madre, e quelle piazze per me erano proprio quello, il ventre della madre”. Sempre senza meta, finisce per entrare a vagare in un cimitero, tra le bare sbalzate dal sisma fuori dai loculi. Quando va a raccontare la scena al ritorno in tendopoli, una donna si mette a piangere. “Ma perché piangere per i morti”, fa lui, “che qua han già abbastanza problemi i vivi?”.

Fulvio non rinuncia alla sua città, e si fa pure arrestare per aver sconfinato nella zona transennata. Un giorno torna alla sua casa, mezza crollata. Stanco morto, si lascia andare sul divano. “Mi ci mettevo sempre sdraiato, con la testa appoggiata al muro. Dove poggiavo la testa si era formata una macchia, e quando mia moglie si lamentava io le dicevo che serviva a segnare che era il mio posto. Volevo riprovare la sensazione di sdraiarmici, e ho finito per dormirci sopra quattro ore”. Si scioglie, parla di jazz, di Nina Simone, di Billie Holiday. Non nasconde l’emozione che gli regalano la musica e l’arte: “Io riesco sempre a leggerci qualcosa di mio, a trovarci una mia sensazione”. E rivela la propria ammirazione per chi riesce a interpretare le cose e farle sue, come facevano i Pogues con il folk. Racconta di essersi avvicinato al rugby a 15 anni, durante una manifestazione ai tempi dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia. “A cosa giochi tu?” “A pallone” “Con quella stazza? Ma vieni a giocare a rugby!”.

A fine serata è inarrestabile, con i suoi aneddoti su Pierluigi Pacifici, detto Campanella, capitano dei due scudetti aquilani di inizio anni ’80. Come quando a cena Campanella gli fece: “Fulvie’, ma questo prosciutto non ti sembra un po’ rancido?” “Per forza, è salmone”. O quando, intervistato alla Rai, dichiarò: “Il football americano è molto più spettacolare del rugby: noi ci guardiamo sempre le partite su Canale 5!”.

Si illumina, anche, Fulvio. “A me il terremoto ha portato anche cose belle”. E racconta del viaggio a San Donà del Piave per vedere giocare L’Aquila, e dell’invito dell’allenatore Mascioletti: “Devi venire negli spogliatoi, devi fare tu il discorso ai giocatori!”. “Ma che discorso, non son capace di fare discorsi”, replica lui, che dice di esser stato, nella vita, sempre soldato semplice. E Mascioletti gli fa dirigere il riscaldamento. Dopo il 6 aprile, Fulvio fa l’accompagnatore per i ragazzi dell’accademia giovanile, sfuggiti al crollo del convitto. Alla cena di fine anno, dopo il discorso dell’allenatore, i ragazzi chiedono anche a lui due parole. Il gigante che riempie il cuore si alza e dice: “Non son capace di fare discorsi: vi dico solo che vi voglio bene e mi siete entrati nel cuore”, ricevendo l’abbraccio degli occhi lucidi di tutti i ragazzi.

Il primo maggio Fulvio partecipa alla realizzazione di uno spot per la ricostruzione. In una pausa delle riprese si siede, assieme ai suoi vecchi compagni di squadra. Uno comincia a cantare: cume ‘nu sassu che frizza volenno. E tutti si uniscono al coro de L’Aquila bella me’. Fulvio non risparmia cuore e polmoni: me parea, me dicea, che ss’olea ravvicinà. E quando finiscono, i quattro rugbisti si accorgono della gente che trattiene a stento le lacrime: “Fulvie’, nun scì bbono ‘e cantà, ma tu ci ha fatto commove’”. Tu che me scì vistu ‘e nasce, tu che me scì vistu ‘e cresce, L’Aquila bella me’, te vojo revete’.

4 pensieri su “Il gigante e il terremoto

  1. Mi piace il tono dell’articolo. E’ come sorseggiare un doppio malto e lasciar fluire la sensazione di fuoco e rilassatezza che ti scuote e nel contempo ti inebria. Bella persona Fulvio. Ma anche chi ha redatto l’articolo e che conosco personalmente non è niente male. Bravo.

  2. L’ha ribloggato su Dinamo Babele ha commentato:

    Non c’è bisogno di ricordare cosa avvenne alle 3:32 del 6 aprile di cinque anni fa. Scrissi questo articolo pochi mesi più tardi, dopo aver visitato L’Aquila e incontrato Fulvio Di Carlo grazie a un mio compagno di squadra aquilano. Questo è il mio modo, ogni anno, di non dimenticare quello che ho visto, ho sentito e ho provato tra le macerie di questa città, ed è il minimo che posso fare perché una storia – la loro storia – non venga dimenticata.

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