Apolidi del pallone

Christos Metskas

Damiano Benzoni

Settimana scorsa abbiamo parlato del caso di Wiyam Amashe, talentuoso attaccante del Maccabi Haifa, e delle sue difficoltà nell’ottenere il nulla osta per giocare nella nazionale israeliana perché sprovvisto di un passaporto. Il giocatore è un druso delle alture del Golan, territorio siriano da tempo occupato dall’esercito israeliano, e non possiede la cittadinanza né in Siria né in Israele – essendosi rifiutato, per non essere ostracizzato dalla propria comunità, di richiedere il passaporto dello stato ebraico. Abbiamo accennato anche alla storia di un altro apolide del calcio israeliano, Toto Tamuz, con una storia diversa che si è risolta in maniera piuttosto simile e che vale la pena di raccontare.

Toto Tamuz, figlio del calciatore nigeriano Clement Tamile, lasciò la Nigeria e seguì la propria famiglia in Israele all’età di due anni quando il padre si trasferì al Beitar Netanya. I genitori rimasero in Israele un anno: la squadra fallì e tornarono in Nigeria in cerca di lavoro, affidando il bambino – con cui non si ricongiunsero più – alla famiglia di un altro giocatore del Beitar. Toto fu poi adottato non ufficialmente, all’età di otto anni, da una donna israeliana di nome Orit Tamuz, da cui prese il cognome; in un’intervista del 2007 alla testata israeliana Ynet News il giocatore ha raccontato la difficoltà e la paura di crescere da clandestino: “A tredici anni vidi degli agenti dell’immigrazione fermare due lavoratori stranieri durante una ronda – avevo paura potesse succedere anche a me, visto che non avevo un permesso legale di restare nel paese”.

Quando la nazionale israeliana si interessò a lui Toto Tamuz era un apolide in possesso di un visto temporaneo che, secondo quanto racconta When Saturday Comes, non fu rinnovato dal giocatore nel tentativo di accelerare le pratiche per la sua cittadinanza, particolarmente difficili per un non-ebreo. La FIFA acconsentì a fornirgli un permesso speciale per giocare per Israele e la sua eleggibilità fu confermata anche alla scadenza del visto. Dal 2007 è cittadino israeliano naturalizzato. Ha giocato dieci partite in nazionale, mettendo a segno due gol.

Un’altra storia recente di apolidismo è quella di Roland Nagy che, come racconta il sito romeno Asport.ro, nel 1997 lasciò lo Steaua per giocare nel campionato tedesco per il Mainz. Nel 2001 – dopo essersi trasferito al Darmstadt – per evitare di figurare come giocatore extracomunitario Nagy chiese la cittadinanza tedesca, rinunciando così a quella romena. Dopo essere stato licenziato dal club in seguito ad alcuni dissapori, Nagy non ricevette altre offerte da squadre tedesche e tornò in Romania all’UTA Arad, squadra di cui ora è allenatore. Nel frattempo la Germania rifiutò la sua domanda di cittadinanza e Nagy divenne apolide, impossibilitato a espatriare, ad aprire un conto in banca o a votare: quando era allenatore in seconda di Marius Lăcătuș all’UTA Arad dovette rinunciare a partecipare a una trasferta in Ungheria contro il Debrecen. La situazione fu risolta solo nel 2007, dopo una lunga trafila per riacquistare la cittadinanza romena.

Come Nagy, alla città di Arad legò il proprio nome anche Christos Metskas o, secondo la traslitterazione romena, Hristos Meţcas. La sua storia è raccontata dal sito romeno Bănățeanul: espulso con la sua famiglia dalla Grecia nel 1949, durante la guerra civile, e rifugiatosi in Romania dopo esser passato attraverso Albania e Jugoslavia, Metskas dovette attendere cinquantacinque anni prima di ottenere, nel 2004, una cittadinanza. In attività tra gli anni ’50 e ’60, Metskas fu convocato cinque volte per la nazionale romena e in ognuna di tali occasioni fece richiesta di cittadinanza. Fu sempre respinta, e l’apolide non poté mai indossare la maglia della Romania.

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