Wiyam Amashe, campione senza patria

Foto: Sharon Bukov – Haaretz

Damiano Benzoni

Ha ventisei anni, è un attaccante del Maccabi Haifa e in passato ha rappresentato Israele sia nella squadra under 19 sia nell’under 21. A una giornata dalla fine della regular season della Ligat Ha-a1 occupa il terzo posto nella classifica marcatori del campionato israeliano con tredici reti, a cui ha aggiunto anche sei sigilli personali nelle coppe europee. Fino al trenta novembre tutto questo non era sufficiente per la nazionale, visto che a Wiyam Amashe manca un requisito fondamentale per indossare la maglia di Israele: essere in possesso di un passaporto.

Wiyam Amashe è uno dei centoventimila drusi che risiedono in suolo israeliano, per lo più nel nord del paese. Secondo il sito romeno Sport.ro uno dei suoi cugini, prigioniero di guerra in Israele accusato dell’omicidio di alcuni soldati ebrei, sarebbe tra i cinquecento arabi liberati dal governo israeliano in cambio del rilascio del caporale Gilad Shalit lo scorso 18 ottobre. I drusi sono seguaci di una religione di origine musulmana che ha però incorporato elementi di altri culti, compreso quello giudaico. Parlano arabo, ma si dissociano dalle idee nazionaliste e pan-arabiste, riconoscendosi piuttosto con lo stato di Israele: il movimento sionista druso al 2005 contava settemila iscritti e, in un recente sondaggio tenuto tra i giovani della comunità dal professor Yussuf Hassan dell’Università di Tel Aviv, il 94% di loro ha dichiarato di considerarsi druso-israeliano. Quella drusa è una comunità etnica distinta riconosciuta da Israele, ed è anche l’unica etnia non ebrea ad essere ammessa nell’esercito israeliano, nel quale vanta una forte presenza. Il rapporto tra le due comunità è stato spesso definito usando l’espressione brit damim, “patto di sangue”.

La situazione tuttavia è molto diversa per Wiyam Amashe e per i ventimila drusi delle alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele fin dalla guerra dei Sei Giorni del 1967. Quando nel 1981 Israele compì un’annessione di fatto, ancorché non ufficiale, tentando di imporre ai drusi la cittadinanza israeliana, la tensione sfociò in cinque mesi di dimostrazioni violente e nel bando emanato dalle autorità della comunità, che minacciarono chi avesse preso il passaporto israeliano di scomunica religiosa e emarginazione sociale. Wiyam Amashe, nato nel villaggio di Buq’ata nel 1986, non è siriano né israeliano, non possiede un passaporto e non vuole far richiesta della cittadinanza israeliana perché non vuole essere isolato dalla sua comunità, come ha dichiarato al Jerusalem Post: “Potrei giocare per la nazionale per due anni, ma poi soffrirei per il resto della mia vita, io e la mia famiglia saremmo scomunicati”. Per giocare all’estero utilizza un documento di viaggio israeliano e necessita di un visto per ogni nazione che visita. Ha rifiutato le corti della nazionale siriana per non essere costretto a lasciare il proprio villaggio e, in assenza di un passaporto, la FIFA non gli consentiva di giocare a livello internazionale, né accettava di garantirgli un permesso speciale come aveva fatto nel 2006 nel caso di Toto Tamuz, giocatore di origine nigeriana divenuto apolide dopo essere stato abbandonato in Israele dai suoi genitori. Ironia della sorte, Tamuz – che gioca all’Hapoel Tel-Aviv – occupa a pari merito con Amashe il terzo gradino della classifica marcatori della Liga Ha-a1.

Il 30 novembre la situazione di Amashe è cambiata: la FIFA ha infatti acconsentito ad emanare un permesso speciale, lasciando così il giocatore libero di vestire la maglia della nazionale israeliana. Per ottenere il permesso è dovuto scendere in campo, secondo quanto racconta la testata israeliana Haaretz, il presidente della federcalcio israeliana Avi Luzon: il dirigente avrebbe attivato i propri contatti per spiegare l’eccezionalità della situazione di Amashe. L’attaccante del Maccabi non è ancora riuscito a vestire la maglia israeliana – l’unica partita giocata dalla nazionale dopo l’ottenimento del permesso è stata un’amichevole con l’Ucraina in febbraio. Dal prossimo 7 settembre, quando Israele scenderà in campo a Baku contro l’Azerbaigian, l’apolide Amashe potrebbe contribuire alla campagna di qualificazione alla Coppa del Mondo 2014 di una nazionale di cui non ha il passaporto.

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