Archivi tag: Stadio Olimpico

La resistenza calpestata di Kiev [parte II]

Damiano Benzoni

[prosegue dalla prima parte]
[la vicenda raccontata alla trasmissione "A Bordo Campo" su Radio 24]

Data la classe della squadra che Kordik era riuscito ad allestire, era inevitabile che il team del panificio venisse iscritto al nuovo campionato. La squadra venne battezzata FC Start. Fu nominato capitano Mykola Trusevič, il carismatico portiere, noto per la sua agilità e per il suo stile di parata spettacolare. Trusevič era visto dai compagni non solo come un esempio di impegno e dedizione, ma anche come un motivatore, un’ispirazione. Ad affiancarlo nelle decisioni era Mychajlo Putystin, veterano della squadra che vinse l’argento nel campionato sovietico del 1936. Mychajlo Svyrydovs’kyj, colonna della Dinamo di dieci anni prima, divenne l’allenatore de facto della Start: ormai ritiratosi, tornò a indossare gli scarpini, posizionandosi in difesa insieme a Fedir Tjutčev (anche lui tornato dal ritiro) e dal veloce Oleksyj Klimenko, terzino minuto, ma arcigno. Se a centrocampo si attestò Mykola Korotkich, personaggio calcistico di second’ordine, l’attacco della Start era invece una parata di stelle: ad affiancare Mykola Mahynja c’erano Pavel Komarov, capocannoniere della Dinamo fino al 1939, e Ivan Kuz’menko. Komarov e Kuz’menko erano due giocatori complementari: se Komarov affiancava ad un innato istinto per il gol una scarsa propensione alla fisicità, Kuz’menko vantava una buona presenza fisica e un tiro potente e preciso. Hončarenko, infine, era l’artista della squadra: basso e compatto, ma allo stesso tempo veloce e talentuoso, possedeva visione di gioco e classe, oltre all’abilità di servire i compagni in maniera precisa e di sfruttare ogni spiraglio di porta che offrisse la possibilità di segnare. Continua a leggere

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La resistenza calpestata di Kiev [Parte I]

Damiano Benzoni

La cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava dubbi: quell’uomo nel caffè in Mykhailivs’ka Vulycja era Mykola Trusevič, il portiere della Dinamo. Era irriconoscibile, persino per un tifoso sfegatato come Iosif Kordik. Magro ed emaciato, zoppicante, vestito di stracci, sporco e non rasato, l’unico indizio che rendeva riconoscibile il portiere era proprio quella cicatrice, procurata in uno scontro di allenamento contro il cognato e compagno di squadra Josyf Livshitz. Nel vedere in quello stato il grande Trusevič, l’ispiratore della storica vittoria 6-1 della Dinamo Kiev sul Red Star Olympic di Parigi, Kordik decise di invitarlo al suo tavolo e offrirgli un pranzo. Uscito dal campo di prigionia della Darnica e diviso da moglie e figlia, rifugiatesi ad Odessa, Trusevič viveva di stenti sotto la sempre presente minaccia di essere arrestato, deportato come schiavo in Germania o giustiziato. Continua a leggere

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La Grecia tra pallacanestro e sassaiole

Simone Pierotti

Due mesi fa il derby ateniese tra Panathinaikos e Olympiakos era stato definitivamente sospeso a otto minuti dal fischio finale, mentre alcuni tifosi dell’undici biancoverde incendiavano seggiolini dello stadio Olimpico e lanciavano pietre e bombe molotov contro le forze dell’ordine. Questa volta è toccato al basket, disciplina che ha regalato agli sportivi ellenici molte più gioie di quanto non abbia fatto il pallone. Lo scorso giovedì le due polisportive si sarebbero dovute affrontare nella gara-uno della finalissima del campionato nazionale allo stadio beffardamente chiamato Irìnis ke Filìas, “della Pace e della Fratellanza”. L’ennesimo duello tra l’Olympiakos, che ha appena vinto l’Eurolega al termine di una finale incredibile contro il CSKA Mosca, ed il Panathinaikos, che vuole conquistare il decimo scudetto consecutivo, non è però nemmeno iniziato: la violenza, ancora una volta, ha prevalso sullo sport. A due mesi di distanza i ruoli si sono invertiti: erano i biancorossi del Pireo a giocare in casa e, a quanto pare, sono stati i suoi stessi tifosi a rovinare l’atmosfera di grande attesa. Continua a leggere

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Calcio sotto le bombe

Massimo Brignolo

L’ultimo campionato italiano di calcio dallo svolgimento regolare si chiude per uno strano gioco del destino il 25 aprile 1943. Ad aggiudicarselo è il Torino dopo una lotta contro un sorprendente Livorno che guida la classifica per 25 giornate per poi chiudere al secondo posto: la squadra di Ferruccio Novo stava anno dopo anno costruendo l’impalcatura di quello che al termine della guerra sarebbe diventato l’invincibile Grande Torino. Già competitiva nella stagione 1941/42, conclusa al secondo posto, la squadra che contava già nella sua rosa Ossola, Menti e Gabetto aveva portato nella capitale sabauda da Venezia Valentino Mazzola e Loik. Dopo la caduta di Benito Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia è divisa e diventa terreno di combattimento dopo essere stata negli anni precedenti solo colpita dal cielo dai bombardieri anglo-americani. Continua a leggere

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