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Il Sogno Georgiano di K’aladze

Damiano Benzoni

Per farlo, ha scelto le parole che usò nel 1994 il presidente del suo vecchio club Silvio Berlusconi, “scendere in campo”. Nel suo italiano ancora un po’ incerto il calciatore di Milan e Genoa ha dichiarato di voler giocare una partita più importante e di “scendere in campo per la libertà, per la democrazia, per il progress del mio popolo, del mio paese”. La Georgia, nazione di cui K’akhaber K’aladze è una sorta di bandiera: per sette anni capitano della nazionale, è stato il primo giocatore post-sovietico insieme all’ucraino Andrij Ševčenko a vincere la Champions League, l’unico a vincerla due volte e l’unico georgiano a mettere le mani sull’ambito trofeo europeo, una distinzione che gli è valsa la raffigurazione su un francobollo delle poste del paese caucasico. K’aladze lascia il calcio per tornare nel suo paese e dedicarsi alla politica, a sostegno dell’uomo nuovo della Georgia Bidzina Ivanishvili, possibile futuro sfidante dell’attuale presidente Mikheil Saak’ashvili. Continua a leggere

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Calcio sotto le bombe

Massimo Brignolo

L’ultimo campionato italiano di calcio dallo svolgimento regolare si chiude per uno strano gioco del destino il 25 aprile 1943. Ad aggiudicarselo è il Torino dopo una lotta contro un sorprendente Livorno che guida la classifica per 25 giornate per poi chiudere al secondo posto: la squadra di Ferruccio Novo stava anno dopo anno costruendo l’impalcatura di quello che al termine della guerra sarebbe diventato l’invincibile Grande Torino. Già competitiva nella stagione 1941/42, conclusa al secondo posto, la squadra che contava già nella sua rosa Ossola, Menti e Gabetto aveva portato nella capitale sabauda da Venezia Valentino Mazzola e Loik. Dopo la caduta di Benito Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia è divisa e diventa terreno di combattimento dopo essere stata negli anni precedenti solo colpita dal cielo dai bombardieri anglo-americani. Continua a leggere

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Ostaggi

Foto: Francesco Pecoraro/LaPresse

Damiano Benzoni

Era prevedibile. Settimana scorsa, dopo la morte di Piermario Morosini, l’amico Christian Tugnoli commentò: “Gli stessi che sono così commossi oggi, settimana prossima saranno di nuovo in curva a urlare all’avversario ‘Devi morire!’”. Chi segue il calcio ieri si è riempito gli occhi delle immagini del Marassi tenuto in ostaggio da un branco di sedicenti tifosi, immagini che hanno subito riportato alla mente quanto accaduto nello stesso stadio quando si disputò Italia – Serbia. Si parlò tanto del tifo nazionalista serbo, qualcuno imparò che le tre dita levate al cielo, il saluto cetnico, non stavano a significare una vittoria 3-0 a tavolino. Molti criticarono i giocatori per aver cercato di placare la tifoseria serba rivolgendo le tre dita verso la curva, altri se la presero con il Ministero dell’Interno e l’organizzazione e la loro incapacità di prevedere e prevenire questo comportamento. Ora, improvvisamente, scopriamo che non serve scomodare il nazionalismo e la violenza del tifo serbo, ma che certe cose avvengono nel cortile di casa nostra. Continua a leggere

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