Archiviato in Guerra

Step’anakert val bene una partita

Lo stadio di Step’anakert – Foto: http://www.flickr.com/photos/blackwych/

Damiano Benzoni

Le due squadre entrano in campo, accompagnate dalle loro bandiere. Sulla destra il tricolore rosso, blu e arancione zigzagato in bianco dei padroni di casa, sulla sinistra le sette bande alternate verdi e bianche con un cantone rosso raffigurante una mano bianca e un arco di sette stelle, vessillo degli ospiti. Poi, le squadre si allineano per gli inni nazionali: i verdi dell’Abcasia intonano Aiaaira, “Vittoria”, i rossi del Nagorno-Karabakh, padroni di casa, cantano Azat ow ankax Arc’ax, “Arc’ax (o Artsakh) libero e indipendente”, riferendosi all’antico nome della loro nazione quando era provincia del Regno d’Armenia, dal 189 a.C. fino quasi al 400 d.C.. Sugli spalti sventola uno striscione: UEFA, we also want to play football. Le due squadre sono le nazionali di due paesi non riconosciuti dal diritto internazionale, ma de facto indipendenti. Due paesi che da vent’anni lottano per il riconoscimento internazionale della propria sovranità. Abcasia e Nagorno-Karabakh si riconoscono a vicenda tra di loro e con altre due repubbliche post-sovietiche autoproclamate, l’Ossezia del Sud e la Transnistria. Mentre l’Abcasia gode anche del riconoscimento di Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Tuvalu e Vanuatu, il Nagorno-Karabakh non è riconosciuto da nessun membro ONU. Continua a leggere

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All’ombra di cinque cerchi

Foto: David Byrd

Damiano Benzoni

Si sono già aperti informalmente pochi giorni fa, con il torneo calcistico, domani cominceranno ufficialmente: i giochi della XXX Olimpiade, Londra 2012, vedranno competere oltre diecimila atleti di tutto il mondo. Duecentocinque bandiere sfileranno all’Olympic Stadium della capitale inglese, a rappresentare le varie nazioni impegnate nella manifestazione. La parata verrà aperta, come da tradizione, dalla delegazione greca e dal suo portabandiera Alexandros Nikolaidis, due volte argento olimpico e una volta campione europeo nel taekwondo, primo tedoforo della torcia olimpica ai giochi di Pechino 2008. I comitati olimpici sfileranno in seguito in ordine alfabetico, dall’Afghanistan fino allo Zimbabwe. La parata viene tradizionalmente chiusa dalla delegazione ospitante, e l’ultimo portabandiera sarà infatti il ciclista su pista scozzese Chris Hoy, quattro ori olimpici, tre dei quali ottenuti a Pechino. Prima di Chris Hoy, però, dovrebbero sfilare quattro atleti senza una bandiera nazionale, ma sotto l’egida della bandiera olimpica e dei suoi cinque cerchi [in realtà la delegazione indipendente ha sfilato, secondo l'ordine alfabetico, tra Islanda e India]. Continua a leggere

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La resistenza calpestata di Kiev [parte II]

Damiano Benzoni

[prosegue dalla prima parte]
[la vicenda raccontata alla trasmissione "A Bordo Campo" su Radio 24]

Data la classe della squadra che Kordik era riuscito ad allestire, era inevitabile che il team del panificio venisse iscritto al nuovo campionato. La squadra venne battezzata FC Start. Fu nominato capitano Mykola Trusevič, il carismatico portiere, noto per la sua agilità e per il suo stile di parata spettacolare. Trusevič era visto dai compagni non solo come un esempio di impegno e dedizione, ma anche come un motivatore, un’ispirazione. Ad affiancarlo nelle decisioni era Mychajlo Putystin, veterano della squadra che vinse l’argento nel campionato sovietico del 1936. Mychajlo Svyrydovs’kyj, colonna della Dinamo di dieci anni prima, divenne l’allenatore de facto della Start: ormai ritiratosi, tornò a indossare gli scarpini, posizionandosi in difesa insieme a Fedir Tjutčev (anche lui tornato dal ritiro) e dal veloce Oleksyj Klimenko, terzino minuto, ma arcigno. Se a centrocampo si attestò Mykola Korotkich, personaggio calcistico di second’ordine, l’attacco della Start era invece una parata di stelle: ad affiancare Mykola Mahynja c’erano Pavel Komarov, capocannoniere della Dinamo fino al 1939, e Ivan Kuz’menko. Komarov e Kuz’menko erano due giocatori complementari: se Komarov affiancava ad un innato istinto per il gol una scarsa propensione alla fisicità, Kuz’menko vantava una buona presenza fisica e un tiro potente e preciso. Hončarenko, infine, era l’artista della squadra: basso e compatto, ma allo stesso tempo veloce e talentuoso, possedeva visione di gioco e classe, oltre all’abilità di servire i compagni in maniera precisa e di sfruttare ogni spiraglio di porta che offrisse la possibilità di segnare. Continua a leggere

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La resistenza calpestata di Kiev [Parte I]

Damiano Benzoni

La cicatrice sulla guancia sinistra non lasciava dubbi: quell’uomo nel caffè in Mykhailivs’ka Vulycja era Mykola Trusevič, il portiere della Dinamo. Era irriconoscibile, persino per un tifoso sfegatato come Iosif Kordik. Magro ed emaciato, zoppicante, vestito di stracci, sporco e non rasato, l’unico indizio che rendeva riconoscibile il portiere era proprio quella cicatrice, procurata in uno scontro di allenamento contro il cognato e compagno di squadra Josyf Livshitz. Nel vedere in quello stato il grande Trusevič, l’ispiratore della storica vittoria 6-1 della Dinamo Kiev sul Red Star Olympic di Parigi, Kordik decise di invitarlo al suo tavolo e offrirgli un pranzo. Uscito dal campo di prigionia della Darnica e diviso da moglie e figlia, rifugiatesi ad Odessa, Trusevič viveva di stenti sotto la sempre presente minaccia di essere arrestato, deportato come schiavo in Germania o giustiziato. Continua a leggere

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Calcio d’inizio per la Viva World Cup 2012

Damiano Benzoni

Gli occhi del mondo del calcio sono tutti puntati verso Polonia e Ucraina, verso i Campionati Europei di calcio che, a partire dalla fine della settimana, riempiranno le serate estive di sedici nazioni europee. Eppure pochi sanno che questa settimana va in scena una Coppa del Mondo: la quinta edizione della Viva World Cup, il Mondiale per nazioni non affiliate alla FIFA organizzato dalla New Federation Board (NF-Board). Il torneo, che si svolge nel Kurdistan Iracheno, inizia oggi nella capitale Erbil con l’incontro tra i padroni di casa e il Sahara Occidentale e conta nove squadre partecipanti, divise in tre gruppi di tre. Tra il 4 e il 6 giugno andrà in scena la fase eliminatoria, mentre dal 7 al 9 giugno si disputerà la fase finale: l’ultima partita si giocherà alle sei di sera (ora curda) di sabato 9 giugno allo stadio internazionale Franso Hariri di Erbil, capienza ventottomila spettatori. Oltre allo stadio Franso Hariri, altri tre impianti ospiteranno le gare della VIVA World Cup: gli stadi comunali di Dahuk e Sulaymāniyya e lo stadio Ararat di Şalāh̨addīn. Continua a leggere

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Il Sogno Georgiano di K’aladze

Damiano Benzoni

Per farlo, ha scelto le parole che usò nel 1994 il presidente del suo vecchio club Silvio Berlusconi, “scendere in campo”. Nel suo italiano ancora un po’ incerto il calciatore di Milan e Genoa ha dichiarato di voler giocare una partita più importante e di “scendere in campo per la libertà, per la democrazia, per il progress del mio popolo, del mio paese”. La Georgia, nazione di cui K’akhaber K’aladze è una sorta di bandiera: per sette anni capitano della nazionale, è stato il primo giocatore post-sovietico insieme all’ucraino Andrij Ševčenko a vincere la Champions League, l’unico a vincerla due volte e l’unico georgiano a mettere le mani sull’ambito trofeo europeo, una distinzione che gli è valsa la raffigurazione su un francobollo delle poste del paese caucasico. K’aladze lascia il calcio per tornare nel suo paese e dedicarsi alla politica, a sostegno dell’uomo nuovo della Georgia Bidzina Ivanishvili, possibile futuro sfidante dell’attuale presidente Mikheil Saak’ashvili. Continua a leggere

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Il secondo sbarco sulle Falkland

Damiano Benzoni

La notte del 2 aprile 1982 le truppe navali argentine sbarcarono dal sottomarino Santa Fe e dalla nave di sbarco Cabo San Antonio nella Baia di Yorke e dal cacciatorpediniere lanciamissili Santísima Trinidad a Mullet Creek: aveva così inizio la Operación Rosario, l’invasione delle Isole Falkland e della Georgia del Sud da parte dell’Argentina. La junta militare guidata dal generale Leopoldo Galtieri cercava, con il tentativo di affermare la sovranità argentina sulla colonia britannica, di distrarre l’opinione pubblica dalla difficile situazione economica interna facendo leva sul patriottismo, mettendo a tacere le voci di opposizione e contestazione e nascondendo le quotidiane violazioni dei diritti umani da parte del regime militare. Da Londra la reazione non si fece attendere e il 14 giugno l’esercito argentino fu costretto ad arrendersi alle forze britanniche, entrate nella capitale Stanley dopo gli sbarchi cruciali su San Carlos e Goose Green. Continua a leggere

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Con l’orgoglio, la rabbia, le lacrime e il sangue

Il 29 aprile è morto Ervin Zádor, il pallanuotista ungherese che presta il suo volto al logo di Dinamo Babel. Molto tempo fa, una delle prime volte che mi occupai di sport e politica, scrissi un articolo a cui tengo ancora parecchio e che oggi voglio riproporre in ricordo di Ervin Zádor.

Damiano Benzoni

Era il 23 ottobre 1956 quando per le strade di Budapest si riversò la furia covata dagli ungheresi in un decennio di dittatura comunista. Quella che era iniziata come una semplice manifestazione studentesca si trasformò presto in un’insurrezione popolare di decine di migliaia di persone. Fino al giorno prima, bloccati dalla paura dell’ÁVH, la polizia segreta del regime ungherese, si erano consolati dicendosi “Non può durare a lungo”. Quel 23 ottobre gli ungheresi decisero che ne avevano abbastanza e scesero a combattere per le vie di Budapest. La rabbia di una generazione abbattè la statua di Stalin, simbolo della presenza sovietica in Ungheria, e il regime di Ernő Gerő, il capo del partito designato da Mátyás Rákosi dopo esser stato rimosso su pressione del Politburo sovietico all’indomani delle accuse del Rapporto Chruščёv. I carri armati dell’Armata Rossa vennero sbaragliati dalla guerriglia urbana, Imre Nagy annunciò un nuovo governo senza stalinisti e con la presenza di moderati, Anastas Mikojan, il vicepremier sovietico, scoppiò in lacrime di fronte al parlamento magiaro per aver perso uno stato dalla zona di influenza comunista. In una settimana, l’Ungheria si metteva dietro alle spalle l’oppressione sovietica e gli eccessi della Rivoluzione, avviandosi verso una nuova storia. L’intera nazione esultava: “Non poteva durare a lungo”. Continua a leggere

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Calcio sotto le bombe

Massimo Brignolo

L’ultimo campionato italiano di calcio dallo svolgimento regolare si chiude per uno strano gioco del destino il 25 aprile 1943. Ad aggiudicarselo è il Torino dopo una lotta contro un sorprendente Livorno che guida la classifica per 25 giornate per poi chiudere al secondo posto: la squadra di Ferruccio Novo stava anno dopo anno costruendo l’impalcatura di quello che al termine della guerra sarebbe diventato l’invincibile Grande Torino. Già competitiva nella stagione 1941/42, conclusa al secondo posto, la squadra che contava già nella sua rosa Ossola, Menti e Gabetto aveva portato nella capitale sabauda da Venezia Valentino Mazzola e Loik. Dopo la caduta di Benito Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia è divisa e diventa terreno di combattimento dopo essere stata negli anni precedenti solo colpita dal cielo dai bombardieri anglo-americani. Continua a leggere

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La vittoria del Kiryat Shmona [VIDEO]

Foto: Reuters

Vi abbiamo parlato settimana scorsa dell’Hapoel Ironi Kiryat Shmona, squadra di calcio di una cittadina vicina al confine con il Libano e più nota per essere stata bersaglio di attentati e dei razzi Katjuša di Hezbollah. Fino a settimana scorsa, quando la squadra fondata nel 2000 da un imprenditore israeliano per risollevare le sorti della città, ha coronato la sua favola vincendo il campionato israeliano di calcio con cinque giornate di anticipo, pareggiando 0-0 contro l’Hapoel Tel Aviv e mettendo per la prima volta la squadra nelle prime pagine dei giornali per argomenti che esulano la guerra. Oggi vi proponiamo il videoriassunto della partita – segnata da un’ottima prestazione di Barak Badash, numero 10 dell’Ironi – e un servizio del telegiornale israeliano del 2009, dopo che Kiryat Shmona aveva subito uno dei suoi praticamente quotidiani attacchi con razzi Katjuša. Continua a leggere

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